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Aria di Parigi… aiuto! L’arte concettuale.

Aria di Parigi… aiuto! L’arte concettuale.

“Air de Paris” è un’ampolla di vetro contenente 50 cc d’aria di Parigi.

Nel 1919 l’artista Marcel Duchamp la portò in dono all’amico e sostenitore Walter C. Arensberg a New York.

Le opere dadaiste come questa fanno ancora discutere per la loro carica provocatoria, incontrano l’adorazione e l’insofferenza del pubblico, schiaffeggiano ironicamente canoni e codici con invenzioni e iperboli.
Hanno segnato l’avvento di una nuova epoca, quella in cui, per usare le parole di Duchamp “l’opera d’arte è solo un concetto nella mente dell’artista”.

Dalle teche rai “la lezione di Marcel Duchamp”

http://www.teche.rai.it/2015/07/la-lezione-di-marcel-duchamp/


Marcel Duchamp Aria di Parigi 1919 – L.H.O.Q. 1919 – Ruota di bicicletta 1913
Man Ray Cadeau 1921

Se il pubblico si divide, i giovanissimi sgranano gli occhi e poi ridono. Chi non ha giocato a scarabocchiare le facce sui giornali come ha fatto Marcel Duchamp mettendo i baffi alla Gioconda! Il dadaismo è accolto con simpatia a scuola e questa predisposizione d’animo è una grazia da cogliere al volo. Mi sono chiesta come rendere comprensibile l’azione concettuale dell’ampolla d’aria di Parigi di Duchamp, salvaguardandone il valore artistico e l’aspetto ironico. Togliendo la parola Parigi.

 Aria di è un atelier che ho progettato per la terza classe della secondaria di primo grado, per la secondaria di secondo grado e per noi adulti.

Munirsi di una boccetta e trovare il momento giusto da collezionare. Questo processo si attiva attraverso il dialogo: che cosa vale la pena trattenere di tutti i momenti della giornata? Chi e che cosa è importante per me? È il luogo a fare il momento? Sono le persone? Sono io? Io. Chi sono io?

Poiché al pensiero o all’emozione segue l’azione, la persona si mette in moto nella sua interezza: Hic et Nunc. Dopo anni di raccolte aeree oggi posso vantare una ricca collezione di boccette confezionate personalmente o che mi sono state regalate, provenienti da tutto il mondo, da situazioni e momenti speciali.

boccette d’aria dalla mia collezione. Grazie amici.

Uno di questi momenti unici riguarda una collega di lingue, Silvia, che si era appassionata all’atelier Aria di ed era sempre entusiasta delle boccette raccolte dai ragazzi.

Silvia si sarebbe sposata di lì a pochi mesi e mi ha invitato alla cerimonia. Il giorno del suo matrimonio ho preso la mia boccetta più bella, un bottiglino di vetro con tappo in sughero per le grandi occasioni. In chiesa, con discrezione, ho appoggiato il bottiglino aperto sul banco di legno. Al momento dello scambio delle promesse ho raccolto l’Aria del sì.

Qualche settimana dopo le ho consegnato la confezione regalo. Avete la pelle d’oca? Noi l’avevamo!

Una speciale raccolta riguarda un alunno appassionato di scienze. Sapeva che quella settimana ci sarebbe stata la luna piena, il fenomeno avrebbe avuto luogo intorno alle 23.30. A quell’ora di norma era già a letto, così ha messo la sveglia alle 23.15, si è alzato, ha sollevato piano la tapparella per non svegliare il fratello e poi via, a raccogliere l’aria fuori dalla finestra. Aria di Plenilunio.

E ancora una ragazza, che una domenica di maggio al mare con la famiglia si è piazzata in riva con la sua boccetta a raccogliere aria. Il fratello le ha chiesto “cosa stai facendo? Sei matta?” E lei: “Non rompere sto facendo i compiti di arte!” Aria di Esami.

Uno studente il giorno della consegna dell’aria ha dichiarato di aver rotto la boccetta per errore e di aver travasato l’aria in una nuova ampolla. Insieme a un compagno, con l’ausilio di un sacchetto, hanno creato l’effetto sotto vuoto per salvare il salvabile. Aria di Domenica.

Voi al mio posto avreste considerato valido l’elaborato? In tempi di playstation direi proprio di sì. Anzi grazie.

Questo atelier concettuale svela come dietro a un gesto apparentemente senza senso si celino significato, motivazione, carica espressiva e joie de vivre!

Ma attenzione, nella sua semplicità non è una proposta dai risultati scontati, funziona solo se l’insegnante ci crede pienamente e si mette in gioco in prima persona.

Un ultimo esempio dal mio atelier:

Aria di Quarantena

raccolta il 26 marzo 2020: l’aria immobile e silenziosa riflette l’inquietudine e la speranza di un momento memorabile.

Galleria di raccolte aeree

https://www.facebook.com/anna.piratti/media_set?set=a.10152100549217960&type=3

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Red Carpet

Red Carpet

In copertina: Audrey Hepburn

“Eleganza non è farsi notare, è farsi ricordare”.

Questa è una delle frasi più celebri di Giorgio Armani. Sintetizza un pensiero e un modo di lavorare.

In molte sue dichiarazioni emerge un certo rigore, una specie di severità “Lo stile consiste nel corretto bilanciamento tra sapere chi sei, che cosa va bene per te e come vuoi sviluppare il tuo carattere. I vestiti diventano l’espressione di questo equilibrio.”Ciò che affiora è come gusto, grazia, portamento non provengano dalla superficie ma dalla profondità.

E se lo dice re Giorgio!

Supermodel Maria Carla Boscono poses for British Vogue in a masterful selfie in a cerulean blue gown and shawl from the Giorgio Armani SS20 fashion show collection

Una delle scene più divertenti del film Il Diavolo Veste Prada è quella del maglione ceruleo. La terribilissima Miranda Priestly, redattore capo della rivista di moda Runway, spiega alla neoassunta segretaria Andrea Sachs che il maglione infeltrito che la giovane indossa «Non è solo blu, non è turchese, non è lapislazzulo, è in realtà ceruleo» e prosegue con una paternale su come nasce un colore e sulle dinamiche dell’industria della moda.

https://www.youtube.com/watch?v=b1L8JCbV-to

Ceruleo significa: celeste, azzurro come il cielo, dal latino caerŭleum, deriv. di caēlum, ‘cielo’.

Un aggettivo poco usato nella nostra vita quotidiana, ma amato dai letterati: Il cielo prometteva una bella giornata: la luna, in un canto, pallida e senza raggio, pure spiccava nel campo immenso d’un bigio ceruleo, che, giù giù verso l’oriente, s’andava sfumando leggermente in un giallo roseo.

Un estratto dal capitolo XVII dei Promessi Sposi del Manzoni, quando Renzo sta andando verso Bergamo per incontrare il cugino Bortolo, in uno scenario storico dove imperversa la peste, quanto mai attuale fino a pochi giorni fa.

Quando si tratta di arte, moda o di creatività più in generale, proprio come la giovane assistente, siamo spesso tentati di valutare il risultato finale (quadro, vestito o altro) come alla nostra portata, facile no?

Emblematico è il testo di Francesco Bonomi che vi consiglio: Lo potevo fare anch’io. Perché l’arte contemporanea è davvero arte.

https://www.mondadoristore.it/potevo-fare-anch-io-Perche-Francesco-Bonami/eai978880467934/

Ci viene proprio dal cuore di sederci in cattedra e percepirci in grado-di. Specie nelle discipline di cui sappiamo poco o abbiamo poca esperienza, ma che ci sembrano accessibili, proprio poiché sono il risultato di un processo di sintesi operato dai professionisti.

Henry Matisse  – Nudi Blu (serie)  papier découpé  – 1952

Eppure è così facile cadere in inganno!

Vi è mai capitato di entrare in certi negozi dove la merce è a buon mercato e sentir odore di petrolio? Nonostante la fragranza chimica riuscire a comprare qualcosa di davvero-molto-carino e uscire con la sensazione di aver fatto un affare?

Tornare a casa, guardare la merce, uhm… provarla, e sentire alla bocca dello stomaco un impercettibile crampetto. Si insinua il dubbio che non sia stato proprio un grande affare, ma l’eccitazione della novità prevale!

Poi dimenticare il capo, già sciatto dopo il primo lavaggio, in armadio.

Amen.

Quel capo si è fatto notare, non si è fatto ricordare.

Qualcuno starà pensando no, io non compro (più) schifezze.

Ma siamo sicuri?

Tra Armani e il negozio-petrolio ci sono molti livelli intermedi e per tutte le tasche. La questione stilistica ha a che fare con la personalissima ricerca del proprio equilibrio e con le scelte che si fanno, sarebbe fuorviante ridurla al mero potere d’acquisto, sappiamo che ci sono persone vestite semplicemente e di grande eleganza.

Lo stile è ricerca.

È faticoso, è laborioso è molto impegnativo.

La qualità non viene da sé, quando è al massimo livello, è semplice.

Se ci sono degli esseri viventi su questo pianeta in grado di cogliere a fondo la qualità in termini di espressioni facciali, parole, immagini e comportamenti, questi sono i bambini.

Loro sentono se noi adulti vestiamo il nostro talento, se ci prendiamo cura di chi siamo.

Sentono se ci rivolgiamo a loro guardandoli negli occhi con l’austerità e la dolcezza di chi sa di avere ancora tanto da imparare.

E di conseguenza ci rispondono.

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Il segno: storia di un alfabeto misterioso

Il segno: storia di un alfabeto misterioso

Giuseppe Capogrossi (1900-1972), è un artista italiano noto per aver creato una forma che è diventata identificativa della sua cifra pittorica. Utilizzando la sua originale combinazione di segni, ha dipinto infinite superfici guadagnandosi il consenso e il rispetto internazionale.

Dice di lui il critico Gillo Dorfles in “Ultime Tendenze dell’Arte D’Oggi – Dall’Informale al Neo-oggettuale”.

(…)”La lezione di Capogrossi – apparentemente facile e facilmente imitabile – si è dimostrata in realtà assai ardua: la difficoltà non consiste certo nell’invenzione del segno ma nella validità dello stesso, e tale validità esula da ogni possibile riferimento a oggetti reali, a moduli arcaici, a principi scientifici; non può che dipendere dalla proiezione d’una determinata carica individuale” .

https://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/ultime-tendenze-nellarte-doggi-1/

C’è un aneddoto della vita privata dell’autore che rende la sua ricerca ancor più affascinante. Pare che Capogrossi abbia raccontato di sé: “Un giorno andai con mia madre in un istituto per ciechi. In una sala due bambini disegnavano. Mi avvicinai: i fogli erano pieni di piccoli segni neri, una sorta di alfabeto misterioso… provai una profonda emozione. Sentii, fin da allora, che i segni non sono necessariamente l’immagine di qualcosa che si è visto, ma possono esprimere qualcosa che è dentro di noi”.

https://www.fondazionearchiviocapogrossi.it/biografia-giuseppe-capogrossi/

 Da qui è nato l’atelier di arti visive Omaggio a Capogrossi.

Inizialmente l’avevo concepito per persone con disabilità prendendo alla lettera la lezione dell’artista sulla validità del segno, la rappresentazione cioè di un logo personale e la sintesi estetica data dai segni neri e/o bianchi. Dentro questa ristrettezza è effettivamente emerso l’impulso creativo di ogni partecipante.

Negli anni gli atelier si sono moltiplicati, dai primi ragazzi speciali, ai bambini molto piccoli, ai giovani e adolescenti fino agli adulti in formazione nel posto di lavoro. Ogni atelier si modellava sulla peculiarità del gruppo dove seguendo una progressione di azioni, ognuno creava il proprio segno. Poi i segni venivano stampati ripetute volte con l’ausilio di una matrice e ogni volta è stato come ripetere: io ci sono. I segni infine venivano esposti in un’unica superficie pittorica e a quel punto non c’era solo l’io, c’era il noi.

Lascio parlare le immagini dove non è possibile distinguere il segno eseguito da un bambino rispetto a quello di un direttore d’azienda, di un impiegato o di una persona con disabilità.


Pensavo di essere a buon punto con la pluralità della partecipazione invece ho ricevuto l’invito dallo Stamsund Teater Festival per portare in Norvegia una proposta capace di integrare una socialità tutta nordica con la presenza in loco di un campo rifugiati con bambini siriani, afgani, uzbechi e sauditi. Non potevo che scegliere Omaggio a Capogrossi, tradotto per l’occasione in Leave Your Mark (lascia il tuo segno).

Sono partita per la penisola di Lofoten in un periodo dell’anno dove è sempre giorno, portando in valigia un segno verticale, uno orizzontale, uno curvo. Con questi pochi elementi insieme ai bambini norvegesi della scuola Montessori di Stamsund e ai bambini del Centro abbiamo lavorato una settimana per realizzare un’installazione poi esposta nella galleria in centro al paese.

In quei giorni vivevo in un turbinio linguistico: la mia traduttrice traduceva dal norvegese all’inglese e dove non si poteva perché la lingua madre era il persiano o l’arabo si passava al mimo o al disegno. I bambini e le bambine trovavano la cosa molto divertente e capivano tutto. Una bambina ha cercato di spiegarsi nella lingua fārsī facendo un balletto… Quella che capiva meno di tutti era la sottoscritta.

Troppo cerebrale.

Finché un pomeriggio, durante un atelier al Centro, ho incontrato lo sguardo stravolto di una giovane mamma siriana, fuggita dalla guerra con la figlia, veniva ad accompagnare la bambina e un’amichetta. Non parlava inglese, annuiva piano con la testa in silenzio osservando tutto. Ci siamo guardate dritte negli occhi e lì è subentrato un nuovo registro comunicativo, tra adulti. Laddove per i bambini è naturale, per noi, per me senz’altro, è stato quasi una riscoperta.

Abbiamo stabilito una connessione al di là di un codice condiviso o condivisibile. Abbiamo cioè fatto ricorso a quello stesso alfabeto misterioso che traccia il solco della vicenda umana, talvolta terribile, senza clamori. Andando così all’essenza, al puro segno.

Perché è vero quel che diceva il Capogrossi bambino: “i segni possono esprimere qualcosa che è dentro di noi”.

Tusen Takk  Stamsundteaterfestival!

https://www.facebook.com/pg/Stamsund/posts/

galleria dell’atelier a Stamsund

https://www.facebook.com/anna.piratti/media_set?set=a.10153639386187960&type=3

Pre-Historia Est Magistra Vitae

Pre-Historia Est Magistra Vitae

Le pitture e i graffiti rupestri sono parte dell’eredità che, insieme ad armi e utensili di pietra, l’uomo preistorico ci ha lasciato. I soggetti sono spesso animali primitivi e più raramente silhouettes umane nell’atto di cacciarli. Alcuni di questi animali si sono estinti per il radicale cambiamento climatico, ma la prova della loro esistenza è rappresentata sulle pareti delle grotte.

Non si sono estinte invece le emozioni che hanno spinto i nostri progenitori a compiere riti propiziatori nelle profondità delle caverne invocando il buon esito della caccia. Né si sono istinti quei bisogni primari. La paura di non sopravvivere, il bisogno di mangiare, per dirne due.

  Lo racconta con toni esilaranti Roy Lewis nel suo “Il più grande uomo scimmia del Pleistocene”, un libro sorprendente.

  1. Grotta di Lascaux 15.000 a.C. circa– ricostruzione.
  2. Il progetto di ricostruzione itinerante al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

 

Sono passati millenni da allora, abbiamo quindi un buon vantaggio nel guardare a quell’epoca e trarre ispirazione per un atelier che vada oltre la nozione storico-artistica puntando al cuore delle emozioni e dei bisogni che ancora oggi tentiamo di governare.

Volendo far fare ai miei studenti un’esperienza pittorica emozionale, e non avendo disponibilità in classe di grasso animale con cui impastare zolle di terra e ottenere gli ocra e i rossi…o non potendo ardere arbusti in giardino da cui ricavare grossi pezzi di carbone per il nero…mi sono orientata verso l’utilizzo dei pastelli a olio. Il pastello a olio, così come i primi pigmenti preistorici, è grasso e sporca molto. Ha un segno sempre corposo, sottile se usato con la punta, largo se usato di taglio. Produce delle barbe, cioè delle piccole parti in eccesso che assomigliano a delle briciole. Queste possono restare attaccate al foglio per un effetto-rilievo o dolcemente spolverate da parte. Il pastello a olio è generoso, si spende completamente, si usa con facilità, si adatta alla nostra mano e al tipo di superficie. Si consuma del tutto fino a nascondersi sotto le unghie. Richiede decisione e garbo restituendo il temperamento dell’autore o dell’autrice. Dopo aver usato i pastelli a olio non ci si lava subito le mani. Prima si sfregano bene per scaldarle e far sciogliere l’olio. Quindi si passa uno straccio tra le dita per togliere una prima parte di residui. Poi ci si insapona ben-bene a secco e solo dopo si risciacqua con abbondante acqua.

A quante accortezze deve tener testa il cervello di chi dipinge con il pastello a olio! Un’eccellente prova logico-manuale ed emozionale: teniamo presente che il pastello a olio, se di qualità, profuma mentre lo si usa. È come un fiore che sboccia, la sua fragranza si imprime nella memoria olfattiva creando un’atmosfera di atelier come poche altre tecniche su carta.


E torniamo all’era primitiva proponendo un soggetto da rappresentare con questa tecnica: un mammut direi.

Si predispone sul tavolo un foglio di carta di giornale.

Sopra si appoggia un foglio di carta o cartoncino delle dimensioni di metà foglio A4.

Evitiamo carta da fotocopia et similia, qui si fa la preistoria! Perciò niente leggerezze, meglio cartoncini delle confezioni alimentari, o di certi capi di abbigliamento, come le camice, o il più rinomato album da disegno robusto e liscio.

Si stende con generosità uno strato di pastello a olio chiaro, per esempio il giallo, coprendo tutta la superficie del foglio: con tutta si intende tutta, anche i bordi, anche gli angoli, si invada pure il foglio di giornale che è sotto, è lì per questo motivo.

Una volta completata la stesura, detta anche mano, si passa sopra uno strato di pastello a olio molto scuro, per esempio il nero. Non lesinare.

Si procede incidendo con un moderno oggetto contundente (stuzzicadenti) la morbida superficie, ottenendo la sagoma desiderata che viene poi rivestita, graffio dopo graffio, da una calda pelliccia in grado di fronteggiare i ghiacci primordiali.

Voilà. 11 anni.

Mammut, Nicolò

Per realizzare questo mammut ci sono volute due ore di prove e tre ore di pittura a pastello a olio. Cinque ore di impegno nella vita di un preadolescente sono praticamente un’era geologica! Pertanto l’elaborato va ben oltre il mero risultato estetico: è prova dello sforzo profuso (silhouette), della cura (pelliccia), della finezza (pelliccia mossa dal vento), della forza (stabilità delle zampe). Questo non è un mammut è il ritratto di Nicolò.

Viene da chiedersi, data la tempistica, se questa non sia una tecnica troppo laboriosa. Lo è. Almeno quanto è laborioso sconfiggere la reticenza-pigrizia-paura di sporcarsi le mani, la maglietta e la faccia, o la sensazione diffusa di non essere capace di portare a termine il proprio lavoro, la propria battuta di caccia…. Laboriosa almeno quanto il bisogno di nutrirsi di quella stima e di quella fiducia in sé stessi e negli altri che non sono mai abbastanza, per tutta la vita.

Oggi sappiamo, abbiamo la distanza per saperlo, che un atteggiamento entusiasta e dinamico può farci uscire dalla nostra grotta, ci può sfamare, far crescere, evolvere e ci permette attraverso il nostro operato di dare l’esempio, ispirando chi ci circonda. Ecco che il pastello a olio non è più solo una tecnica pittorica. Se usato con l’obiettivo di far emergere le nostre profonde emozioni, si trasforma in una metafora sul come affrontare le sfide e gli ostacoli del quotidiano. I quali, a qualche millennio di distanza, sono sempre gli stessi.

Eh già, non ci siamo inventati niente…pre-historia est magistra vitae.

C’est la vie – scena di caccia – Andrea, 12 anni.

Strappo alla regola. Sì, ma con stile

Strappo alla regola. Sì, ma con stile

“Il salto” è un’illustrazione di Gek Tessaro che è stata esposta al Museo Diocesano di Padova durante la 4a edizione della rassegna internazionale di illustrazione “I colori del Sacro – Dal fuoco alla luce”

https://www.icoloridelsacro.org/dal-fuoco-alla-luce/

In quegli anni guidavo le classi in visita alla mostra e quest’opera era una delle più amate, soprattutto dai bambini più piccoli. Ricordo nitidamente il seguente episodio:

Mi trovo in mostra insieme a una classe prima. Ci sediamo davanti all’immagine che vede rappresentata una tigre che salta un falò e comincio a descrivere la personalità dell’animale. Un animale meraviglioso, fiero, coraggioso. Si piazza in cima alla catena alimentare, non teme niente e nessuno. Ad eccezione del fuoco. Ne è terrorizzata. Tuttavia, guardando l’immagine, non si può dire che sia una tigre incerta: compie un salto poderoso, scavalca letteralmente le fiamme. Osservando meglio si vede come sia, ahimè, sprovvista delle sue principali armi da difesa.

– Cosa le manca di molto importante? – chiedo ai bambini.

Mi aspetto che dicano: la tigre è senza artigli e senza zanne.

A quella domanda un bambino fa un balzo agitando la mano ed esclama:

– Io lo so! Io lo so cosa le manca!

– Dimmi.

– Le mancano i baffi! I baffi sono importantissimi, le servono per sapere dove va, soprattutto di notte!

Silenzio

Tutti cercano i baffi, anche io cerco i baffi, i baffi non ci sono. Non me ne ero accorta. La tigre non è soltanto priva delle sue armi da difesa, potremmo forse azzardare a dire che è disorientata. Saltare il fuoco diventa a un tratto un gesto ancor più audace, poiché compiuto da una posizione di totale svantaggio. Insomma, poco conta trovarsi all’apice della catena alimentare se ti senti smarrito. Eppure la nostra tigre non indietreggia, risponde alla sua natura, raccoglie quel che ha…e salta.

Dopo gli attimi di silenzio non ci resta che applaudire la tigre per il coraggio di quel dettaglio mancante: standing ovation di tutta la classe prima!

 

   Illustrazione di Gek Tessaro

In questa illustrazione l’autore utilizza un collage di carta-strappata. Sovrappone sfumature di colori e porzioni di diverse carte-strappate su un fondo a tempera.

È questa una tecnica molto amata dai più piccoli, ma dopo i primi anni di scuola, che fine fa il collage di carta-strappata?

Non pervenuto.

Si manifesta nuovamente a distanza di lustri negli atelier degli artisti e nei libri di storia dell’arte. Come non ricordare i meravigliosi papier déchiré di Jean Arp, astratti, dadaisti, liberi, eleganti. Per usare le sue parole «Ho cercato nuove forme in una sorta di procedimento analogico con quello di crescita della natura. Ho cercato di far crescere le forme. Ho messo la mia fiducia nell’esempio di semi, stelle, nuvole, piante, animali, uomini e alla fine nel mio essere più intimo.».

 

Jean Arp: Untitled 1916-17 Moma – Museum of Moder Art, NYC /  Papier déchiré, 1934, Collection Thessa Herold, Parigi

 

Una tecnica così felicemente alla portata di tutti, anche dei più piccoli, apre le frontiere ai contenuti: la tigre parla di coraggio, i pezzi astratti parlano di fiducia, partendo da qui ci si può sbizzarrire.

Di seguito ecco alcuni esempi dai miei atelier sulla carta strappata:

 

 

le tre mele sul piatto, opera di un ragazzino, rappresentano i suoi due fratelli maggiori quando giocano tutti insieme, è la voglia di sentirsi grandi.

 

 

I due fiori rappresentano l’amicizia tra una bambina e la sua compagna di banco.

 

Il prato punteggiato di rosso si ispira a un noto capolavoro impressionista, nell’altro verso c’è scritto un messaggio privato dell’autrice, che non posso svelare. Ma posso dire che parla di adolescenza.

Per la sua natura ruvida, dove i segni di contorno non restituiscono la stessa definizione che si ha con la forbice, la tecnica favorisce l’immaginazione, aguzza l’ingegno, incoraggia l’autonomia, sviluppa la creatività, non solo dei bambini e dei ragazzi, ma anche di noi adulti. Creare con la carta strappata costituisce infine una bella possibilità di svago in queste ore primaverili trascorse in casa controvoglia.

Siamo chiamati a uno sforzo importante, dobbiamo stare alle regole, facciamo sì che l’unico strappo che ci concediamo sia fatto con stile: carta, colla e colori!

#iorestoacasa

Buon divertimento OFF LINE!!

Ri-creazione: è il momento di usare il blu

Ri-creazione: è il momento di usare il blu

Parole in libertà dalla zona di contenimento forzato – Padova

In queste settimane stra-ordinarie ci si interroga un po’ tutti su come far fronte all’emergenza sanitaria reinventando il nostro modo di stare insieme. Le autorità ci chiedono di essere prudenti e solidali nel prendere le misure tra di noi. Ci chiedono di trovare modi nuovi di trascorrere la giornata nonostante la paura del presente e l’incertezza del futuro.

La creatività dovrebbe renderci il compito meno arduo.

Uso il condizionale poiché spesso si cade nell’inganno di credere che trovare soluzioni creative a un problema o a una situazione, significhi necessariamente fare cose, passare all’azione. Il ritmo frenetico nel quale abitualmente viviamo ci impone sottilmente anche un certo standard nella risoluzione dei problemi quotidiani o esistenziali di ogni ordine e grado. Dobbiamo fare presto. Punto. Funziona così. Ma ora lo standard è mutato, le coordinate non sono più quelle di prima. Siamo invitati a stare a casa.

Come liberare la creatività in queste ore?

In omaggio a Milano, città che più di ogni altra sta subendo in questo momento la pressione del contagio, mi affido alle parole dell’artista milanese Bruno Munari:

“Complicare è facile, semplificare è difficile. Per complicare basta aggiungere, tutto quello che si vuole: colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose.Tutti sono capaci di complicare. Pochi sono capaci di semplificare.”

Albero: l’esplosione lentissima di un seme – (Bruno Munari 1907 – 1998)

 

 

Ah! Come vorremmo poter fare qualcosa, anzi, molte cose! Vorremmo andare dappertutto, vorremmo poter tornare al cinema, a teatro, a scuola, vorremmo fare una gita e starnutire in santa pace. Vorremmo insomma, poter complicare come prima. Ci viene chiesto invece di fare meno, di togliere, annullare, cancellare, rallentare, semplificare. E questo ci disorienta. Per riuscire a rispondere creativamente a questa urgenza, dobbiamo metterci del nostro, tirare fuori il meglio di noi. Siamo chiamati a uno sforzo michelangiolesco!

Secondo il grande artista rinascimentale Michelangelo Buonarroti infatti, la scultura non è per via di porre, ma per forza di togliere”.

Nel blocco di marmo egli vedeva una figura da liberare della materia in eccesso. Punto di vista affascinante che pone l’artista in posizione gregaria rispetto all’opera.

particolare del David – Michelangelo Buonarroti 1485 – 1564

 

Gli artisti ci stanno dicendo come il passaggio dal complicare al semplificare non sia facile e richieda uno sforzo interiore, un atto di forza e di mansuetudine personale. A quel punto la creatività può trovare terreno fertile per proliferare.

Come attuare questo passaggio nel quotidiano con i nostri bambini che sono così energeticamente a casa da scuola?

Fatti salvi compiti e lezioni on line: lasciamoli annoiare. Evitiamo di proporre soltanto attività strutturate o con finalità precise, ma limitiamoci a fornire loro dei semplici materiali: scatoloni, forbici, colla, vecchi ritagli, salviette… quello che c’è in casa. Devono essere le loro intelligenze a mettersi in moto per inventarsi un gioco. O anche niente. Purché non ricevano continui input, stimoli e conferme da parte degli adulti. Noia. Quando diventa insopportabile resuscitiamo da soffitte e garage i giochi in scatola degli anni 70, abbandoniamo la (già) vana pretesa di una casa in ordine, facciamoci aiutare a preparare la cena, anche male…

Inspira, espira.

Compiamo l’atto di forza e mansuetudine di cui sopra. Ricordiamoci che stiamo scolpendo il David, non è indolore. Soprattutto con i nervi a fior di pelle. Ma è un capolavoro che resterà. Se saremo lì con loro ad annoiarci. Questo tempo di inattività forzata è una straordinaria occasione di apprendimento. Quando vengono a mancare strumenti e abitudini, siamo di fronte a una possibile meravigliosa svolta, come testimoniamo le parole di Pierre-Auguste Renoir “Una mattina, siccome uno di noi era senza nero, si servì del blu: era nato l’impressionismo”.

È finito il nero. È il momento per tutti noi di usare il blu. Proviamoci.

Femme avec parasol dans un jardin (Auguste Renoir 1841-1919)