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Interroghiamoci! Quesiti oltre la mascherina

Interroghiamoci! Quesiti oltre la mascherina

ARTICOLO SCRITTO DA: ANNA PIRATTI – FORMATRICE SCUOLA OLTRE

 

In queste settimane di restrizioni e sconforto si torna a parlare del valore delle arti e della creatività sul quale far leva per sostenere il peso del momento.

Ma che mestiere fa l’artista? Ho posto questa domanda ad alunni di prima, di seconda e di terza media. Ho avuto risposte astratte.

L’artista immagina, l’artista inventa, l’artista ha molta fantasia… tutto vero, ma concretamente che cosa significa?

Nel nostro sistema scolastico l’esperienza delle Arti è poco incidente, forme espressive che esulino dal disegno o dalla pratica di uno strumento – di cui hanno, se pur esiguo, un contatto diretto – non sono messe bene a fuoco. L’artista dipinge, suona, danza, scrive, recita, fotografa, illustra, scolpisce, incide, canta, interpreta, eccetera.

E prima di arrivare al compimento dell’opera si interroga. Nella tensione di trovare possibilità, soluzioni o semplicemente altre strade, prende vita il processo creativo. Una condizione umana molto vicina alla qualità del tempo che si trascorre(eva) giocando.

Quando la consecutio temporum si scombina: si usa l’imperfetto per esprimere azioni e invenzioni presenti: “giochiamo che eravamo scienziati/e…”.

Se è importante far vivere l’emozione del processo creativo, allora è necessario ricreare la stessa qualità progettuale che si manifesta negli atelier, negli studi di registrazione, nelle sale di danza, nei backstage dei teatri o al tavolo dei poeti e degli scrittori.

Nientemeno. Qui si gioca il futuro rispetto per la Cultura.

È bene ricordare che in questo senso i nostri alunni sono pronti, lo diceva Picasso: “Mi ci sono voluti quattro anni per dipingere come Raffaello, ma una vita per dipingere come un bambino”.

Provocare in classe la tensione generativa propria delle arti, significa fare leva sulla naturale propensione creativa promuovendo in maniera osmotica la motivazione all’apprendimento.

Va bene. E quindi?

E quindi ho proposto ai miei alunni un test rapido(!) per stimolare il processo creativo con l’ausilio del Piccolo Libro delle Risposte, scritto dall’artista canadese Carol Bolt, Ed Sperling & Kupfer.

https://www.sperling.it/libri/il-piccolo-libro-delle-risposte-carol-bolt

Riprendendo le istruzioni dell’autrice ecco come usare il Piccolo Libro delle Risposte
1. Tieni il libro chiuso tra le mani.
2. Concentrati su una domanda precisa.
3. Appoggia la mano sulla copertina e accarezza il bordo delle pagine.
4. Apri il libro e troverai la tua risposta.

Ho fatto subito una domanda al libro: questo strumento può aiutarmi a generare un processo creativo con i miei alunni?

La risposta è stata: non scommetterci.

Uhm… Il tono di sfida, così perentorio, mi ha fatto riflettere.

“Se punti sul libro non otterrai quello che vuoi, la relazione è la risposta”, mi sono detta. Andiamo.


Alla vista del libercolo gli alunni mi guardano con occhi inespressivi attraverso la mascherina. Delle sfingi. Date le restrizioni vigenti, solo io posso sfogliare le pagine, mi blocco al loro stop… Ma prima devono concentrarsi e scrivere una domanda precisa su un foglio. Insieme proveremo a tradurre la risposta.

Ne riporto tre rappresentative delle classi prima, seconda e terza media:

Domanda: sarò una campionessa di pallavolo?

Risposta: rischia.

La giovane filiforme che l’ha posta mi guarda e i suoi occhi ridono come se se l’aspettasse, mi dice: “Io ho sempre paura”.

Le chiedo “Una campionessa che ha sempre paura e rischia, che tipo di campionessa è?”.

Esita un momento e poi risponde: “Una campionessa coraggiosa”.

Tutti annuiscono, il discorso fila, nessuna obiezione… il gioco si fa serio.

Terza media.

Domanda: Quando morirò?

Risposta: Sii paziente.

Tutti ridono compreso chi ha fatto la domanda che appare visivamente sollevato.

Chiedo all’alunno: “Come mai hai posto questa domanda?”.

Lui risponde: “Perché sento sempre parlare degli ammalati anche ieri un nostro compagno è andato a fare il tampone… mi sembra che siamo in pericolo”.

Un compagno interviene: “Ieri siamo andati a mangiare un gelato, un cono così di cioccolata, non mi sembravi tanto in pericolo!”.

Ridiamo di nuovo.

Si manifesta la forza di sorridere delle nostre ansie e incertezza, alternando serio e faceto. Per un attimo l’atmosfera è perfetta, siamo come poeti o danzatori che lavorano sul proprio progetto interiore.

Domanda: riuscirò a diventare una baby-sitter?

Risposta: sposta il tuo obiettivo.

La ragazzina è delusa dalla risposta. Le chiedo di spiegarmi perché desidera diventare una baby-sitter: “Mi piacciono tanto i bambini piccoli”.

“C’è qualcos’altro che potresti fare insieme ai bambini piccoli?”.

Mi risponde con un fil di voce e con gli occhi che brillano letteralmente “Potrei diventare una maestra… dell’ infanzia”.

“Perché non hai fatto questa domanda al libro?”.

Un compagno seduto in ultima fila, il tipo che a prima vista si potrebbe catalogare alla voce ancora-immaturo, pur non contravvenendo alle regole anti-Covid, riesce a divincolarsi energeticamente restando al suo posto ed esclama: “Non l’ha chiesto perché non ha abbastanza fiducia in sé stessa! Il libro ha detto di spostare l’obiettivo, voleva dire verso quello che ti piace fare veramente”.

La spiegazione ci soddisfa, tutti ci riconosciamo, oltre le mascherine ci sono occhi vispi, fieri, che corrono liberi nella savana.

Seconda Media.

Questo atelier induce a riflettere sulla qualità delle domande che ci poniamo.

Attraverso l’atto dell’interrogarsi si sperimentano paura, esitazione, angoscia, sollievo, volontà.

Un artista quando crea passa attraverso tutto questo e talvolta riesce a tradurlo in un’opera, un esempio su tutti: il recente film Jojo Rabbit di Taika Waititi, una brillante parodia del nazismo dove si sorride e ci si commuove. 

https://www.youtube.com/watch?v=bv3mzvYh1r0

Il film è liberamente ispirato al romanzo Il cielo in gabbia di Christine Leunens ed. SEM

https://www.semlibri.com/?s=Il+cielo+in+gabbia+

Concludo con una proposta: “Non ci resta che fare altrettanto, ragazzi, ognuno traduca le proprie domande-risposte in un’opera personale, un disegno a matita, una poesia, un esercizio di ginnastica, una canzone, una foto…”

Brontolano svogliati come si conviene in preadolescenza… ritorna gagliardo l’invincibile brusìo della scuola media.

Siamo salvi.

FORTEPIANO: Un concerto di competenze

FORTEPIANO: Un concerto di competenze

 

«[…] La musica, componente fondamentale e universale dell’esperienza umana, offre uno spazio simbolico e relazionale propizio all’attivazione di processi di cooperazione e socializzazione, all’acquisizione di strumenti di conoscenza, alla valorizzazione della creatività e della partecipazione, allo sviluppo del senso di appartenenza a una comunità, nonché all’interazione fra culture diverse […]»

«[…] La familiarità con immagini di qualità e opere d’arte sensibilizza e potenzia nell’alunno le capacità creative, estetiche ed espressive, rafforza la preparazione culturale e contribuisce a educarlo a una cittadinanza attiva e responsabile. In questo modo l’alunno si educa alla salvaguardia e alla conservazione del patrimonio artistico e ambientale a partire dal territorio di appartenenza. La familiarità con i linguaggi artistici, di tutte le arti, che sono universali, permette di sviluppare relazioni interculturali basate sulla comunicazione, la conoscenza e il confronto tra culture diverse».

Le due citazioni fanno riferimento alle Indicazioni Nazionali del 2018 per il curricolo della Scuola dell’Infanzia e del primo ciclo di istruzione alla voce le Arti per la Cittadinanza,  dove si precisa, in riferimento  alle  Indicazioni del 2012, il  valore della musica e delle arti per lo sviluppo integrale della persona e per la consapevolezza ed espressione culturale.

Scarica le indicazioni nazionali

Al di là della fascia di età a cui il documento si rivolge, queste sono competenze che si sviluppano per tutta la vita in un’ottica di apprendimento permanente.

Vi propongo un esempio che credo possa tradurre il concetto nella pratica, assumendo l’adulto come alunno: il murale Fortepiano.

Evento che si è svolto in due distinti momenti a 11 anni di distanza l’uno dall’altro.

L’idea di realizzare un murale in una piazzetta nella prima periferia di Padova risale al 2008 ed è stata la diretta conseguenza di un bisogno: creare le condizioni affinché un gruppo di ragazzi della Semiresidenza di Neurospichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza dell’ULSS16 di Padova, potesse esprimere la propria creatività all’aperto, a contatto con il mondo esterno, lasciando un segno tangibile. A questo si aggiungano lo sviluppo e il potenziamento dell’autostima e dell’autonomia individuale integrate in un contesto allargato.

Lo spazio da dipingere assegnato dalle istituzioni aveva delle caratteristiche architettoniche interessanti: non un muro lineare, ma una seduta stretta e lunga 20 metri.

Durante il lavoro, man mano che insieme ai ragazzi si stendeva la base bianca necessaria per poi dipingerci una serie di immagini (com’era nelle nostre iniziali intenzioni), ci siamo accorti che i disegni preparatori, belli sulla carta, non avrebbero avuto la stessa forza sulla grande dimensione.

Potevamo invece far sì che la plasticità dell’architettura si mettesse in dialogo con la pittura: il muro ci ha letteralmente sussurrato l’idea di un unico soggetto.

Dopo aver negoziato il da farsi, siamo partiti convinti di rappresentare un Pianoforte.

Il titolo Fortepiano invece è arrivato in seguito a causa di un imprevisto: una volta staccato il nastro adesivo che delimitava i contorni dei tasti neri, ci siamo resi conto di aver prolungato senza accorgercene un tasto più di tutti gli altri. Questo è stato motivo di grandissimo dispiacere.

I ragazzi, per la loro speciale fragilità, hanno vissuto questo errore come una disfatta, invalidando tutta l’opera. A quel punto è venuta in mio soccorso la competenza delle competenze, la divergenza.

Sono da sempre appassionata di giochi di parole, un vezzo che considero un piacere personale e nulla più, ma in questa occasione l’allenamento al gioco mi è tornato utile poiché mi è sembrato naturale capovolgere la parola pianoforte…. Che è diventata FORTEpiano.

Un tasto è più forte degli altri!

Se andiamo a vedere la storia di questo strumento, la definizione calza a pennello:

Il Fortepiano è ritenuto il padre del Pianoforte, è stato inventato dal padovano Bartolomeo Cristofori (un concittadino!) e la sua caratteristica è quella, a differenza del clavicembalo, strumento precedente, di dosare con più o meno forza la pressione sui tasti.

Insomma, quel tasto non previsto rendeva originale il nostro lavoro.

Ai ragazzi la cosa è piaciuta, e anzi, a causa di questo errore il murale aveva preso un’identità che prima non aveva. Qualcuno ha sentenziato sì, suona bene!

 Fortuna? Competenza?

Da quel giorno inserisco alla voce altre capacità e competenze del mio Curriculum Vitae: giochi di parole.

A distanza di 11 anni, il murale era quasi scomparso, logorato dal tempo e lasciato all’incuria. L’idea di un restauro è venuta insieme ad Angela Bigi, presidente dell’Associazione Città delle Mamme e grazie al supporto del bando “Padova, Città delle Idee” per la riqualificazione dei quartieri. Si è riaperto un dialogo con il passato, con risvolti al di sopra delle nostre aspettative.

Abbiamo progettato due giorni di pittura en plein air rivolta agli abitanti del quartiere e un’inaugurazione con un vero pianoforte a coda, suonato dal pianista Paolo Zanarella. Sono venuti a trovarci lo psicologo che seguiva i ragazzi speciali di allora, la loro educatrice, gli abitanti del quartiere hanno partecipato con consigli, impressioni, opinioni, e alcuni con rulli e colori hanno dato letteralmente manforte. Nel restauro hanno preso parte attiva i giovani della cooperativa sociale Sestante e del volontariato civile.

Il giorno dell’inaugurazione il bar all’angolo ha organizzato l’aperitivo, le panche le ha prestate il parroco, tanti vicini di casa e curiosi si sono goduti lo spettacolo.

Il Fortepiano così rimesso a nuovo è oggi un audace progetto di speranza.

È la voce degli imperfetti, i fragili, i timidi e dei tanti “bravi regolari”: un concerto di intelligenze disposte a mettersi a servizio della comunità con tutte le sfide che questo comporta: dalla burocrazia al poco tempo a disposizione. Una comunità di adulti che libera le proprie competenze sa anche trasferirle ai più piccoli in una prospettiva di apprendimento permanente e reciproco, facendo così proprie le indicazioni nazionali: viva le Arti per la Cittadinanza!

Foto di Asia Tura

Desidero ringraziare per le competenze profuse:

Fortepiano 2008

I ragazzi e le ragazze della Semiresidenza di Neurospichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza dell’ULSS16 di Padova

Dottor Luigi Bianchin

Dottoressa Lara del Col

Mariolina Festa – Maura Mambrin – Antonietta Tolin – CEOD Alice

 

Restauro del Fortepiano 2019

I cittadini e le cittadine del quartiere Forcellini

Angela Bigi – Associazione Padova Città delle Mamme

Cooperativa Sociale Sestante

I ragazzi e le ragazze del Volontariato Civile

Paola Zanarella – il pianista fuoriposto

Assessore Andrea Micalizzi

Assessore Francesca Benciolini

Osteria de Na Volta

Il Parroco della parrocchia di Spirito Santo

Asia Tura – foto

Francesco Pertini – fotoclub Padova

Genesini Pietro – fotoclub Padova

Il pianista Paolo Zanarella durante l’inaugurazione foto di Asia Tura

https://www.ilpianistafuoriposto.it/

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Aria di Parigi… aiuto! L’arte concettuale.

Aria di Parigi… aiuto! L’arte concettuale.

“Air de Paris” è un’ampolla di vetro contenente 50 cc d’aria di Parigi.

Nel 1919 l’artista Marcel Duchamp la portò in dono all’amico e sostenitore Walter C. Arensberg a New York.

Le opere dadaiste come questa fanno ancora discutere per la loro carica provocatoria, incontrano l’adorazione e l’insofferenza del pubblico, schiaffeggiano ironicamente canoni e codici con invenzioni e iperboli.
Hanno segnato l’avvento di una nuova epoca, quella in cui, per usare le parole di Duchamp “l’opera d’arte è solo un concetto nella mente dell’artista”.

Dalle teche rai “la lezione di Marcel Duchamp”

http://www.teche.rai.it/2015/07/la-lezione-di-marcel-duchamp/


Marcel Duchamp Aria di Parigi 1919 – L.H.O.Q. 1919 – Ruota di bicicletta 1913
Man Ray Cadeau 1921

Se il pubblico si divide, i giovanissimi sgranano gli occhi e poi ridono. Chi non ha giocato a scarabocchiare le facce sui giornali come ha fatto Marcel Duchamp mettendo i baffi alla Gioconda! Il dadaismo è accolto con simpatia a scuola e questa predisposizione d’animo è una grazia da cogliere al volo. Mi sono chiesta come rendere comprensibile l’azione concettuale dell’ampolla d’aria di Parigi di Duchamp, salvaguardandone il valore artistico e l’aspetto ironico. Togliendo la parola Parigi.

 Aria di è un atelier che ho progettato per la terza classe della secondaria di primo grado, per la secondaria di secondo grado e per noi adulti.

Munirsi di una boccetta e trovare il momento giusto da collezionare. Questo processo si attiva attraverso il dialogo: che cosa vale la pena trattenere di tutti i momenti della giornata? Chi e che cosa è importante per me? È il luogo a fare il momento? Sono le persone? Sono io? Io. Chi sono io?

Poiché al pensiero o all’emozione segue l’azione, la persona si mette in moto nella sua interezza: Hic et Nunc. Dopo anni di raccolte aeree oggi posso vantare una ricca collezione di boccette confezionate personalmente o che mi sono state regalate, provenienti da tutto il mondo, da situazioni e momenti speciali.

boccette d’aria dalla mia collezione. Grazie amici.

Uno di questi momenti unici riguarda una collega di lingue, Silvia, che si era appassionata all’atelier Aria di ed era sempre entusiasta delle boccette raccolte dai ragazzi.

Silvia si sarebbe sposata di lì a pochi mesi e mi ha invitato alla cerimonia. Il giorno del suo matrimonio ho preso la mia boccetta più bella, un bottiglino di vetro con tappo in sughero per le grandi occasioni. In chiesa, con discrezione, ho appoggiato il bottiglino aperto sul banco di legno. Al momento dello scambio delle promesse ho raccolto l’Aria del sì.

Qualche settimana dopo le ho consegnato la confezione regalo. Avete la pelle d’oca? Noi l’avevamo!

Una speciale raccolta riguarda un alunno appassionato di scienze. Sapeva che quella settimana ci sarebbe stata la luna piena, il fenomeno avrebbe avuto luogo intorno alle 23.30. A quell’ora di norma era già a letto, così ha messo la sveglia alle 23.15, si è alzato, ha sollevato piano la tapparella per non svegliare il fratello e poi via, a raccogliere l’aria fuori dalla finestra. Aria di Plenilunio.

E ancora una ragazza, che una domenica di maggio al mare con la famiglia si è piazzata in riva con la sua boccetta a raccogliere aria. Il fratello le ha chiesto “cosa stai facendo? Sei matta?” E lei: “Non rompere sto facendo i compiti di arte!” Aria di Esami.

Uno studente il giorno della consegna dell’aria ha dichiarato di aver rotto la boccetta per errore e di aver travasato l’aria in una nuova ampolla. Insieme a un compagno, con l’ausilio di un sacchetto, hanno creato l’effetto sotto vuoto per salvare il salvabile. Aria di Domenica.

Voi al mio posto avreste considerato valido l’elaborato? In tempi di playstation direi proprio di sì. Anzi grazie.

Questo atelier concettuale svela come dietro a un gesto apparentemente senza senso si celino significato, motivazione, carica espressiva e joie de vivre!

Ma attenzione, nella sua semplicità non è una proposta dai risultati scontati, funziona solo se l’insegnante ci crede pienamente e si mette in gioco in prima persona.

Un ultimo esempio dal mio atelier:

Aria di Quarantena

raccolta il 26 marzo 2020: l’aria immobile e silenziosa riflette l’inquietudine e la speranza di un momento memorabile.

Galleria di raccolte aeree

https://www.facebook.com/anna.piratti/media_set?set=a.10152100549217960&type=3

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Red Carpet

Red Carpet

In copertina: Audrey Hepburn

“Eleganza non è farsi notare, è farsi ricordare”.

Questa è una delle frasi più celebri di Giorgio Armani. Sintetizza un pensiero e un modo di lavorare.

In molte sue dichiarazioni emerge un certo rigore, una specie di severità “Lo stile consiste nel corretto bilanciamento tra sapere chi sei, che cosa va bene per te e come vuoi sviluppare il tuo carattere. I vestiti diventano l’espressione di questo equilibrio.”Ciò che affiora è come gusto, grazia, portamento non provengano dalla superficie ma dalla profondità.

E se lo dice re Giorgio!

Supermodel Maria Carla Boscono poses for British Vogue in a masterful selfie in a cerulean blue gown and shawl from the Giorgio Armani SS20 fashion show collection

Una delle scene più divertenti del film Il Diavolo Veste Prada è quella del maglione ceruleo. La terribilissima Miranda Priestly, redattore capo della rivista di moda Runway, spiega alla neoassunta segretaria Andrea Sachs che il maglione infeltrito che la giovane indossa «Non è solo blu, non è turchese, non è lapislazzulo, è in realtà ceruleo» e prosegue con una paternale su come nasce un colore e sulle dinamiche dell’industria della moda.

https://www.youtube.com/watch?v=b1L8JCbV-to

Ceruleo significa: celeste, azzurro come il cielo, dal latino caerŭleum, deriv. di caēlum, ‘cielo’.

Un aggettivo poco usato nella nostra vita quotidiana, ma amato dai letterati: Il cielo prometteva una bella giornata: la luna, in un canto, pallida e senza raggio, pure spiccava nel campo immenso d’un bigio ceruleo, che, giù giù verso l’oriente, s’andava sfumando leggermente in un giallo roseo.

Un estratto dal capitolo XVII dei Promessi Sposi del Manzoni, quando Renzo sta andando verso Bergamo per incontrare il cugino Bortolo, in uno scenario storico dove imperversa la peste, quanto mai attuale fino a pochi giorni fa.

Quando si tratta di arte, moda o di creatività più in generale, proprio come la giovane assistente, siamo spesso tentati di valutare il risultato finale (quadro, vestito o altro) come alla nostra portata, facile no?

Emblematico è il testo di Francesco Bonomi che vi consiglio: Lo potevo fare anch’io. Perché l’arte contemporanea è davvero arte.

https://www.mondadoristore.it/potevo-fare-anch-io-Perche-Francesco-Bonami/eai978880467934/

Ci viene proprio dal cuore di sederci in cattedra e percepirci in grado-di. Specie nelle discipline di cui sappiamo poco o abbiamo poca esperienza, ma che ci sembrano accessibili, proprio poiché sono il risultato di un processo di sintesi operato dai professionisti.

Henry Matisse  – Nudi Blu (serie)  papier découpé  – 1952

Eppure è così facile cadere in inganno!

Vi è mai capitato di entrare in certi negozi dove la merce è a buon mercato e sentir odore di petrolio? Nonostante la fragranza chimica riuscire a comprare qualcosa di davvero-molto-carino e uscire con la sensazione di aver fatto un affare?

Tornare a casa, guardare la merce, uhm… provarla, e sentire alla bocca dello stomaco un impercettibile crampetto. Si insinua il dubbio che non sia stato proprio un grande affare, ma l’eccitazione della novità prevale!

Poi dimenticare il capo, già sciatto dopo il primo lavaggio, in armadio.

Amen.

Quel capo si è fatto notare, non si è fatto ricordare.

Qualcuno starà pensando no, io non compro (più) schifezze.

Ma siamo sicuri?

Tra Armani e il negozio-petrolio ci sono molti livelli intermedi e per tutte le tasche. La questione stilistica ha a che fare con la personalissima ricerca del proprio equilibrio e con le scelte che si fanno, sarebbe fuorviante ridurla al mero potere d’acquisto, sappiamo che ci sono persone vestite semplicemente e di grande eleganza.

Lo stile è ricerca.

È faticoso, è laborioso è molto impegnativo.

La qualità non viene da sé, quando è al massimo livello, è semplice.

Se ci sono degli esseri viventi su questo pianeta in grado di cogliere a fondo la qualità in termini di espressioni facciali, parole, immagini e comportamenti, questi sono i bambini.

Loro sentono se noi adulti vestiamo il nostro talento, se ci prendiamo cura di chi siamo.

Sentono se ci rivolgiamo a loro guardandoli negli occhi con l’austerità e la dolcezza di chi sa di avere ancora tanto da imparare.

E di conseguenza ci rispondono.

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Il segno: storia di un alfabeto misterioso

Il segno: storia di un alfabeto misterioso

Giuseppe Capogrossi (1900-1972), è un artista italiano noto per aver creato una forma che è diventata identificativa della sua cifra pittorica. Utilizzando la sua originale combinazione di segni, ha dipinto infinite superfici guadagnandosi il consenso e il rispetto internazionale.

Dice di lui il critico Gillo Dorfles in “Ultime Tendenze dell’Arte D’Oggi – Dall’Informale al Neo-oggettuale”.

(…)”La lezione di Capogrossi – apparentemente facile e facilmente imitabile – si è dimostrata in realtà assai ardua: la difficoltà non consiste certo nell’invenzione del segno ma nella validità dello stesso, e tale validità esula da ogni possibile riferimento a oggetti reali, a moduli arcaici, a principi scientifici; non può che dipendere dalla proiezione d’una determinata carica individuale” .

https://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/ultime-tendenze-nellarte-doggi-1/

C’è un aneddoto della vita privata dell’autore che rende la sua ricerca ancor più affascinante. Pare che Capogrossi abbia raccontato di sé: “Un giorno andai con mia madre in un istituto per ciechi. In una sala due bambini disegnavano. Mi avvicinai: i fogli erano pieni di piccoli segni neri, una sorta di alfabeto misterioso… provai una profonda emozione. Sentii, fin da allora, che i segni non sono necessariamente l’immagine di qualcosa che si è visto, ma possono esprimere qualcosa che è dentro di noi”.

https://www.fondazionearchiviocapogrossi.it/biografia-giuseppe-capogrossi/

 Da qui è nato l’atelier di arti visive Omaggio a Capogrossi.

Inizialmente l’avevo concepito per persone con disabilità prendendo alla lettera la lezione dell’artista sulla validità del segno, la rappresentazione cioè di un logo personale e la sintesi estetica data dai segni neri e/o bianchi. Dentro questa ristrettezza è effettivamente emerso l’impulso creativo di ogni partecipante.

Negli anni gli atelier si sono moltiplicati, dai primi ragazzi speciali, ai bambini molto piccoli, ai giovani e adolescenti fino agli adulti in formazione nel posto di lavoro. Ogni atelier si modellava sulla peculiarità del gruppo dove seguendo una progressione di azioni, ognuno creava il proprio segno. Poi i segni venivano stampati ripetute volte con l’ausilio di una matrice e ogni volta è stato come ripetere: io ci sono. I segni infine venivano esposti in un’unica superficie pittorica e a quel punto non c’era solo l’io, c’era il noi.

Lascio parlare le immagini dove non è possibile distinguere il segno eseguito da un bambino rispetto a quello di un direttore d’azienda, di un impiegato o di una persona con disabilità.


Pensavo di essere a buon punto con la pluralità della partecipazione invece ho ricevuto l’invito dallo Stamsund Teater Festival per portare in Norvegia una proposta capace di integrare una socialità tutta nordica con la presenza in loco di un campo rifugiati con bambini siriani, afgani, uzbechi e sauditi. Non potevo che scegliere Omaggio a Capogrossi, tradotto per l’occasione in Leave Your Mark (lascia il tuo segno).

Sono partita per la penisola di Lofoten in un periodo dell’anno dove è sempre giorno, portando in valigia un segno verticale, uno orizzontale, uno curvo. Con questi pochi elementi insieme ai bambini norvegesi della scuola Montessori di Stamsund e ai bambini del Centro abbiamo lavorato una settimana per realizzare un’installazione poi esposta nella galleria in centro al paese.

In quei giorni vivevo in un turbinio linguistico: la mia traduttrice traduceva dal norvegese all’inglese e dove non si poteva perché la lingua madre era il persiano o l’arabo si passava al mimo o al disegno. I bambini e le bambine trovavano la cosa molto divertente e capivano tutto. Una bambina ha cercato di spiegarsi nella lingua fārsī facendo un balletto… Quella che capiva meno di tutti era la sottoscritta.

Troppo cerebrale.

Finché un pomeriggio, durante un atelier al Centro, ho incontrato lo sguardo stravolto di una giovane mamma siriana, fuggita dalla guerra con la figlia, veniva ad accompagnare la bambina e un’amichetta. Non parlava inglese, annuiva piano con la testa in silenzio osservando tutto. Ci siamo guardate dritte negli occhi e lì è subentrato un nuovo registro comunicativo, tra adulti. Laddove per i bambini è naturale, per noi, per me senz’altro, è stato quasi una riscoperta.

Abbiamo stabilito una connessione al di là di un codice condiviso o condivisibile. Abbiamo cioè fatto ricorso a quello stesso alfabeto misterioso che traccia il solco della vicenda umana, talvolta terribile, senza clamori. Andando così all’essenza, al puro segno.

Perché è vero quel che diceva il Capogrossi bambino: “i segni possono esprimere qualcosa che è dentro di noi”.

Tusen Takk  Stamsundteaterfestival!

https://www.facebook.com/pg/Stamsund/posts/

galleria dell’atelier a Stamsund

https://www.facebook.com/anna.piratti/media_set?set=a.10153639386187960&type=3

Pre-Historia Est Magistra Vitae

Pre-Historia Est Magistra Vitae

Le pitture e i graffiti rupestri sono parte dell’eredità che, insieme ad armi e utensili di pietra, l’uomo preistorico ci ha lasciato. I soggetti sono spesso animali primitivi e più raramente silhouettes umane nell’atto di cacciarli. Alcuni di questi animali si sono estinti per il radicale cambiamento climatico, ma la prova della loro esistenza è rappresentata sulle pareti delle grotte.

Non si sono estinte invece le emozioni che hanno spinto i nostri progenitori a compiere riti propiziatori nelle profondità delle caverne invocando il buon esito della caccia. Né si sono istinti quei bisogni primari. La paura di non sopravvivere, il bisogno di mangiare, per dirne due.

  Lo racconta con toni esilaranti Roy Lewis nel suo “Il più grande uomo scimmia del Pleistocene”, un libro sorprendente.

  1. Grotta di Lascaux 15.000 a.C. circa– ricostruzione.
  2. Il progetto di ricostruzione itinerante al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

 

Sono passati millenni da allora, abbiamo quindi un buon vantaggio nel guardare a quell’epoca e trarre ispirazione per un atelier che vada oltre la nozione storico-artistica puntando al cuore delle emozioni e dei bisogni che ancora oggi tentiamo di governare.

Volendo far fare ai miei studenti un’esperienza pittorica emozionale, e non avendo disponibilità in classe di grasso animale con cui impastare zolle di terra e ottenere gli ocra e i rossi…o non potendo ardere arbusti in giardino da cui ricavare grossi pezzi di carbone per il nero…mi sono orientata verso l’utilizzo dei pastelli a olio. Il pastello a olio, così come i primi pigmenti preistorici, è grasso e sporca molto. Ha un segno sempre corposo, sottile se usato con la punta, largo se usato di taglio. Produce delle barbe, cioè delle piccole parti in eccesso che assomigliano a delle briciole. Queste possono restare attaccate al foglio per un effetto-rilievo o dolcemente spolverate da parte. Il pastello a olio è generoso, si spende completamente, si usa con facilità, si adatta alla nostra mano e al tipo di superficie. Si consuma del tutto fino a nascondersi sotto le unghie. Richiede decisione e garbo restituendo il temperamento dell’autore o dell’autrice. Dopo aver usato i pastelli a olio non ci si lava subito le mani. Prima si sfregano bene per scaldarle e far sciogliere l’olio. Quindi si passa uno straccio tra le dita per togliere una prima parte di residui. Poi ci si insapona ben-bene a secco e solo dopo si risciacqua con abbondante acqua.

A quante accortezze deve tener testa il cervello di chi dipinge con il pastello a olio! Un’eccellente prova logico-manuale ed emozionale: teniamo presente che il pastello a olio, se di qualità, profuma mentre lo si usa. È come un fiore che sboccia, la sua fragranza si imprime nella memoria olfattiva creando un’atmosfera di atelier come poche altre tecniche su carta.


E torniamo all’era primitiva proponendo un soggetto da rappresentare con questa tecnica: un mammut direi.

Si predispone sul tavolo un foglio di carta di giornale.

Sopra si appoggia un foglio di carta o cartoncino delle dimensioni di metà foglio A4.

Evitiamo carta da fotocopia et similia, qui si fa la preistoria! Perciò niente leggerezze, meglio cartoncini delle confezioni alimentari, o di certi capi di abbigliamento, come le camice, o il più rinomato album da disegno robusto e liscio.

Si stende con generosità uno strato di pastello a olio chiaro, per esempio il giallo, coprendo tutta la superficie del foglio: con tutta si intende tutta, anche i bordi, anche gli angoli, si invada pure il foglio di giornale che è sotto, è lì per questo motivo.

Una volta completata la stesura, detta anche mano, si passa sopra uno strato di pastello a olio molto scuro, per esempio il nero. Non lesinare.

Si procede incidendo con un moderno oggetto contundente (stuzzicadenti) la morbida superficie, ottenendo la sagoma desiderata che viene poi rivestita, graffio dopo graffio, da una calda pelliccia in grado di fronteggiare i ghiacci primordiali.

Voilà. 11 anni.

Mammut, Nicolò

Per realizzare questo mammut ci sono volute due ore di prove e tre ore di pittura a pastello a olio. Cinque ore di impegno nella vita di un preadolescente sono praticamente un’era geologica! Pertanto l’elaborato va ben oltre il mero risultato estetico: è prova dello sforzo profuso (silhouette), della cura (pelliccia), della finezza (pelliccia mossa dal vento), della forza (stabilità delle zampe). Questo non è un mammut è il ritratto di Nicolò.

Viene da chiedersi, data la tempistica, se questa non sia una tecnica troppo laboriosa. Lo è. Almeno quanto è laborioso sconfiggere la reticenza-pigrizia-paura di sporcarsi le mani, la maglietta e la faccia, o la sensazione diffusa di non essere capace di portare a termine il proprio lavoro, la propria battuta di caccia…. Laboriosa almeno quanto il bisogno di nutrirsi di quella stima e di quella fiducia in sé stessi e negli altri che non sono mai abbastanza, per tutta la vita.

Oggi sappiamo, abbiamo la distanza per saperlo, che un atteggiamento entusiasta e dinamico può farci uscire dalla nostra grotta, ci può sfamare, far crescere, evolvere e ci permette attraverso il nostro operato di dare l’esempio, ispirando chi ci circonda. Ecco che il pastello a olio non è più solo una tecnica pittorica. Se usato con l’obiettivo di far emergere le nostre profonde emozioni, si trasforma in una metafora sul come affrontare le sfide e gli ostacoli del quotidiano. I quali, a qualche millennio di distanza, sono sempre gli stessi.

Eh già, non ci siamo inventati niente…pre-historia est magistra vitae.

C’est la vie – scena di caccia – Andrea, 12 anni.