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Aria di Parigi… aiuto! L’arte concettuale.

Aria di Parigi… aiuto! L’arte concettuale.

“Air de Paris” è un’ampolla di vetro contenente 50 cc d’aria di Parigi.

Nel 1919 l’artista Marcel Duchamp la portò in dono all’amico e sostenitore Walter C. Arensberg a New York.

Le opere dadaiste come questa fanno ancora discutere per la loro carica provocatoria, incontrano l’adorazione e l’insofferenza del pubblico, schiaffeggiano ironicamente canoni e codici con invenzioni e iperboli.
Hanno segnato l’avvento di una nuova epoca, quella in cui, per usare le parole di Duchamp “l’opera d’arte è solo un concetto nella mente dell’artista”.

Dalle teche rai “la lezione di Marcel Duchamp”

http://www.teche.rai.it/2015/07/la-lezione-di-marcel-duchamp/


Marcel Duchamp Aria di Parigi 1919 – L.H.O.Q. 1919 – Ruota di bicicletta 1913
Man Ray Cadeau 1921

Se il pubblico si divide, i giovanissimi sgranano gli occhi e poi ridono. Chi non ha giocato a scarabocchiare le facce sui giornali come ha fatto Marcel Duchamp mettendo i baffi alla Gioconda! Il dadaismo è accolto con simpatia a scuola e questa predisposizione d’animo è una grazia da cogliere al volo. Mi sono chiesta come rendere comprensibile l’azione concettuale dell’ampolla d’aria di Parigi di Duchamp, salvaguardandone il valore artistico e l’aspetto ironico. Togliendo la parola Parigi.

 Aria di è un atelier che ho progettato per la terza classe della secondaria di primo grado, per la secondaria di secondo grado e per noi adulti.

Munirsi di una boccetta e trovare il momento giusto da collezionare. Questo processo si attiva attraverso il dialogo: che cosa vale la pena trattenere di tutti i momenti della giornata? Chi e che cosa è importante per me? È il luogo a fare il momento? Sono le persone? Sono io? Io. Chi sono io?

Poiché al pensiero o all’emozione segue l’azione, la persona si mette in moto nella sua interezza: Hic et Nunc. Dopo anni di raccolte aeree oggi posso vantare una ricca collezione di boccette confezionate personalmente o che mi sono state regalate, provenienti da tutto il mondo, da situazioni e momenti speciali.

boccette d’aria dalla mia collezione. Grazie amici.

Uno di questi momenti unici riguarda una collega di lingue, Silvia, che si era appassionata all’atelier Aria di ed era sempre entusiasta delle boccette raccolte dai ragazzi.

Silvia si sarebbe sposata di lì a pochi mesi e mi ha invitato alla cerimonia. Il giorno del suo matrimonio ho preso la mia boccetta più bella, un bottiglino di vetro con tappo in sughero per le grandi occasioni. In chiesa, con discrezione, ho appoggiato il bottiglino aperto sul banco di legno. Al momento dello scambio delle promesse ho raccolto l’Aria del sì.

Qualche settimana dopo le ho consegnato la confezione regalo. Avete la pelle d’oca? Noi l’avevamo!

Una speciale raccolta riguarda un alunno appassionato di scienze. Sapeva che quella settimana ci sarebbe stata la luna piena, il fenomeno avrebbe avuto luogo intorno alle 23.30. A quell’ora di norma era già a letto, così ha messo la sveglia alle 23.15, si è alzato, ha sollevato piano la tapparella per non svegliare il fratello e poi via, a raccogliere l’aria fuori dalla finestra. Aria di Plenilunio.

E ancora una ragazza, che una domenica di maggio al mare con la famiglia si è piazzata in riva con la sua boccetta a raccogliere aria. Il fratello le ha chiesto “cosa stai facendo? Sei matta?” E lei: “Non rompere sto facendo i compiti di arte!” Aria di Esami.

Uno studente il giorno della consegna dell’aria ha dichiarato di aver rotto la boccetta per errore e di aver travasato l’aria in una nuova ampolla. Insieme a un compagno, con l’ausilio di un sacchetto, hanno creato l’effetto sotto vuoto per salvare il salvabile. Aria di Domenica.

Voi al mio posto avreste considerato valido l’elaborato? In tempi di playstation direi proprio di sì. Anzi grazie.

Questo atelier concettuale svela come dietro a un gesto apparentemente senza senso si celino significato, motivazione, carica espressiva e joie de vivre!

Ma attenzione, nella sua semplicità non è una proposta dai risultati scontati, funziona solo se l’insegnante ci crede pienamente e si mette in gioco in prima persona.

Un ultimo esempio dal mio atelier:

Aria di Quarantena

raccolta il 26 marzo 2020: l’aria immobile e silenziosa riflette l’inquietudine e la speranza di un momento memorabile.

Galleria di raccolte aeree

https://www.facebook.com/anna.piratti/media_set?set=a.10152100549217960&type=3

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COVID-19 e scuola: l’arte di essere un “insegnante resiliente”

COVID-19 e scuola: l’arte di essere un “insegnante resiliente”

di Miriam Pizzardi e Elisa Delvecchio formatrici Scuola Oltre

Dipartimento di Filosofia, Scienze Umane, Sociali e della Formazione, Università degli Studi di Perugia

La malattia da coronavirus (COVID-19) e le misure di distanziamento sociale adottate da molti paesi hanno comportato molti cambiamenti e l’interruzione delle routine quotidiane (Joyce Lee, 2020). Secondo i dati UNESCO, nella fase più acuta risalente agli inizi del mese di Aprile 2020, la chiusura della scuola ha avuto un impatto sul 90% della popolazione studentesca del mondo, interessando ben 194 paesi. In Italia sono oltre 10 milioni gli studenti che hanno dovuto interfacciarsi a cambiamenti radicali e duraturi tra cui l’interruzione di tutte le consuete attività extra-domestiche, come quelle scolastiche, sportive e ricreative, limitando così anche l’opportunità di socializzazione.

Tali mutamenti hanno avuto, però, un impatto notevole anche sulla scuola e gli insegnanti, i quali, per poter proseguire le attività didattiche, hanno dovuto riorganizzarsi, o meglio reinventarsi in fretta in modo da consentire un apprendimento a distanza che garantisse la formazione di bambini e ragazzi salvaguardando il loro diritto all’educazione. Gli alunni, le loro famiglie e gli insegnanti sono perciò entrati in contatto con un mondo fino a pochi mesi fa scarsamente conosciuto ed utilizzato nell’ambito scolastico italiano, caratterizzato da dispositivi tecnologici, piattaforme digitali ed applicazioni in grado di consentire la consegna del materiale di apprendimento, la possibilità di svolgere lezioni online, riunioni, verifiche, interrogazioni e quant’altro.

Un compito complesso e difficile che ha suscitato numerose riflessioni e critiche facendo emergere sia gli aspetti positivi che negativi della didattica a distanza (DAD). Senza dubbio, però, questa nuova modalità ha rivoluzionato in modo particolare le vite ed il lavoro degli insegnanti. Molti di loro infatti hanno espresso, in diversi blog e interviste, di essersi trovati impreparati all’utilizzo della tecnologia, trascinati in un turbinio di “doveri” che talvolta hanno reso più difficile la “metabolizzazione” e acquisizione di significato di questi stravolgimenti, ma motivati dal desiderio di “esserci” per i loro alunni. In un lavoro molto recente, condotto negli Stati Uniti, che ha coinvolto gli insegnanti, si conferma quanto sia stato arduo e complesso adattarsi a questa nuova modalità di insegnamento che è risultata per molti docenti frustrante e talvolta anche umiliante a causa della scarsa familiarità con le tecnologie (Delamarter e Ewart, 2020).

Questo nuovo approccio ha messo a dura prova alcuni di noi anche rispetto ad altre questioni, più didattiche e sociali, causando perplessità connesse a come convertire le attività che richiedono la presenza fisica degli alunni, specialmente quelle rivolte ai più piccoli, e preoccupazione rispetto a come riuscire a raggiungere tutti gli allievi, promuovere l’inclusione e contrastare la povertà educativa. Gli studenti senza strumenti informatici o un’adeguata connessione internet, sono uno tra i molti esempi. E ancora, gli studenti più vulnerabili e con bisogni educativi speciali, i quali in assenza delle loro consuete figure di riferimento, dei volti noti, come l’insegnante curriculare, l’insegnante di sostegno o l’educatore, hanno riscontrato maggiori difficoltà nell’apprendimento trovandosi con una nuova modalità scolastica che a fatica hanno potuto comprendere ed usare in autonomia e per la quale avrebbero avuto bisogno di intermediari non sempre disponibili ad affiancare e supportare il lavoro in DAD. In altri casi ancora, l’entrare nelle case degli alunni attraverso la tecnologia ha comportato un incremento della necessità da parte dei docenti di comunicare con i genitori. Questo bisogno di collaborazione tra scuola e famiglia ha dato luogo ad una vasta gamma di reazioni da parte di quest’ultima a cui gli insegnanti hanno verosimilmente assistito. La DAD, infatti, ha permesso ad alcuni genitori di partecipare maggiormente al processo formativo dei figli e alle proposte educative dei docenti, esponendo quest’ultimi ad eventuali critiche relative alla gestione della modalità online e del loro stesso operato. Alcuni insegnanti, pertanto, potrebbero essersi sentiti poco gratificati per il lavoro svolto in un periodo difficile, vedendo disconosciuto il proprio ruolo di professionista educatore. In altri casi, invece, questa nuova situazione ha creato maggiori opportunità di comprensione, empatia e vicinanza da parte dei genitori per il lavoro degli insegnanti, favorendo e incrementando, forse, anche una maggiore collaborazione. La DAD, dunque, ha richiesto ai docenti un grande impegno nel ricorso alle proprie capacità intellettive, emotive, personali e interpersonali che è importante menzionare e riconoscere. Quest’ultimi, nel cercare di portare la scuola nelle case degli studenti, con le proprie forze, talvolta con poco sostegno e ancor meno risorse, si sono dimostrati resilienti e volenterosi nell’affrontare l’emergenza nel miglior modo possibile, motivati dalla passione per il loro lavoro e per i propri studenti, perciò va loro il nostro ringraziamento. Attraverso il loro “esserci”, sebbene con delle difficoltà e limitazioni, gli insegnanti hanno cercato di garantire la formazione degli studenti, ma anche e soprattutto hanno trasmesso il messaggio che i docenti e la scuola non li avrebbero lasciati soli in un periodo difficile e incerto caratterizzato da importanti cambiamenti e in molti casi anche da paure e ansie.  Alunni e insegnanti insieme si sono trovati all’interno di una stessa condizione in cui non è più stato possibile socializzare attraverso le consuete modalità basate sullo scambio di gesti, sorrisi e sguardi. È venuto a mancare il contatto, la presenza fisica dei compagni e di tutto il personale scolastico in un periodo di isolamento che probabilmente ci ha fatto capire che la scuola non è solo il luogo in cui si apprende, ma è un organismo vivente che non si basa unicamente su spazi e nozioni, ma su relazioni e condivisione. La scuola è arricchimento personale per tutti i suoi attori.

Questa emergenza ha permesso di rivalorizzare una funzione della scuola, finora forse data per scontata, ovvero quella della reciprocità. Studenti e insegnanti erano abituati a relazionarsi e a passare gran parte della loro quotidianità insieme, quest’ultimi in particolare erano abituati a veder crescere i “loro” alunni, a osservarne i comportamenti e i traguardi e ad affiancarli nelle difficoltà. Improvvisamente tutto ciò è venuto meno, la scuola è mancata e questo ha provocato in molti bambini e adolescenti sentimenti di vuoto e nostalgia legati soprattutto al bisogno dell’altro: ovvero i compagni, ma anche maestri e professori. Questa emergenza potrebbe perciò favorire lo sviluppo di un pensiero nuovo rispetto alla scuola intesa come una comunità solidale e umana. Per la Lucangeli, esperta in psicologia dell’educazione, è fondamentale cogliere questo momento di maggiore vicinanza e connessione tra insegnanti, studenti e famiglie per rinvigorire la fiducia reciproca essenziale per tornare a una “nuova normalità” stabilendo una dimensione di fiducia che sarà essenziale mantenere nella fase del rientro. Quando gli alunni torneranno nelle loro classi sarà fondamentale, come suggerito dalle linee guida fornite da UNICEF, che essi continuino ad apprendere all’interno di un ambiente ospitale, rispettoso, inclusivo e supportivo. La scuola e gli insegnanti, pertanto, svolgono un ruolo cruciale e prezioso in questo processo. Si auspica che i docenti proporranno agli studenti attività inclusive, adeguate per stadio di sviluppo e bisogni specifici per aiutarli nella prevenzione e controllo del contenimento del Covid-19 e altri virus. Inoltre, sarà importante enfatizzare quanto, attraverso azioni individuali, sarà possibile contribuire al benessere di sé e degli altri. In merito a ciò Unicef fornisce spunti interessanti per gli insegnanti. Per esempio, per i bambini più piccoli, propone attività quali versare dell’acqua colorata in una bottiglietta spray e spruzzarla su un fazzoletto di carta per far notare quanto velocemente si propagano le goccioline, oppure utilizzare una piccola quantità di glitter da versare sulle loro mani per fare notare la differenza d’efficacia tra lavarle solo con acqua versus acqua e sapone. Riguardo agli studenti della secondaria, si esortano i docenti a proporre lezioni che promuovano un’educazione alla salute da una prospettiva multidisciplinare. Sarebbe, inoltre, auspicabile creare momenti di scambio che possano favorire il pensiero critico e la partecipazione come cittadini attivi, migliorando così la loro capacità di rilevare la cattiva informazione da un lato ed incrementando le consapevolezze dall’altro, in modo tale da offrire strumenti efficaci per padroneggiare possibili ansie e timori generati da notizie erronee o fasulle. 

Tuttavia, ciò che ci piace immaginare, è che i nostri insegnanti troveranno, grazie alla loro sensibilità, il tempo di esplorare e conoscere le esperienze dei loro alunni, in particolare quelle legate ai grandi cambiamenti che sono avvenuti in ambito scolastico, tra i quali, la brusca separazione dello scorso Marzo (senza possibilità di salutarsi), la mancanza del reale ad appannaggio del virtuale, le lezioni da casa, senza banco, senza cattedra e lavagna, senza ricreazione, da soli. Soprattutto i più piccini, avranno bisogno di tempo e spazio per riadattarsi alla vita scolastica e tale ritorno potrebbe dare origine ad una varietà di vissuti e reazioni espressi in modi differenti (qualcuno potrebbe essere più silenzioso, qualcuno avere difficoltà a separarsi dai genitori, qualcuno più arrabbiato o violento, ecc.), pertanto essere preparati a soddisfare le loro potenziali esigenze dovrebbe essere una delle massime priorità della scuola (Leonard & Brown, 2020).

Implicitamente, si chiede quindi ai docenti di essere “pronti” per offrire molteplici opportunità di esplorare queste esperienze e vissuti attraverso attività verbali e non verbali: discussioni in classe, attività di teatro, di musica, di scrittura ed arte. Gli studenti più piccoli, per esempio, potrebbero esprimere attraverso il gioco simbolico e il disegno come sia stata la loro esperienza di isolamento, quelli più grandi invece potrebbero utilizzare la narrazione per raccontare le loro emozioni e pensieri. L’associazione Scuola Oltre durante questi mesi ha proposto molteplici momenti online d’incontro, formazione, condivisione per aiutare gli insegnanti ad accogliere con entusiasmo, innovazione e creatività le sfide che ci aspettano. I docenti che amano il loro lavoro e i loro alunni, sanno che al rientro, tra le priorità, ci sarà quella di “dare voce” a quei bambini e ragazzi che hanno più bisogno di aiuto per uscire dal “buio emotivo” e dalle difficoltà, che talvolta cercano di celare dietro una serenità apparente o il silenzio. È fondamentale, dunque, incoraggiare gli alunni a esprimere e comunicare i loro vissuti e favorire il confronto spiegando che tali reazioni sono normali in situazioni anormali (quale quella vissuta), collaborando con i professionisti della salute mentale per le situazioni di maggiore fragilità.

Oltre alle difficoltà già menzionate, l’Unesco riporta come la pandemia di Covid-19 potrebbe aver esposto gli insegnanti a un elevato stress psicologico, connesso sia a fattori generali (es. i rischi per la salute) che specifici, ovvero l’aumento del carico di lavoro dovuto al rapido e improvviso cambiamento richiesto per rispondere alla “nuova” modalità di insegnamento. Tale carico personale e professionale, potrebbe esacerbare il rischio di burnout lavorativo, caratterizzato da una serie di fenomeni di affaticamento, delusione, logoramento e improduttività che sfociano in demotivazione e disinteresse per la propria attività professionale quotidiana. Pertanto, oltre alla doverosa necessità di concentrare tali azioni formative sugli alunni, pensiamo che sia auspicabile porsi al fianco degli insegnanti per supportare loro e il grande lavoro che essi hanno fatto/stanno facendo/faranno, promuovendo disponibilità, aiuto e collaborazione da parte di plurimi professionisti che possano fornire risorse e momenti di confronto efficaci. In altre parole, dal nostro punto di vista sarebbe fondamentale avere politiche governative e sociali in grado di sostenere gli insegnanti nel presente, per progettare il futuro, beneficiando dell’esperienza da loro accumulata nel passato, lungo o recente che esso sia. Sarebbe bello credere che l’arte di essere un “insegnante resiliente” sia un diritto, tanto quanto un dovere, riconosciuto, promosso e supportato dall’intera comunità.

BIBLIOGRAFIA

Delamarter, J., Ewart,.M, (2020). Responding to Student Teachers’ Fears: How We’re Adjusting during the COVID-19 Shutdowns. Northwest Journal of Teacher Education. Vol.15 Iss. 1 (2020).

Lee.,J., (2020). Mental health effects of school closures during COVID-19. The Lancet: Child and Adolescent Mental Health, (2020).

Leonard, C., Brown, G., (2020). COVID-19: How teachers can help students transition back to school. Australian Council for Educational Research — ACER, official partner of UNESCO.

The International Task Force on Teachers for Education 2030, (2020). Supporting teachers in back-to-school efforts. Guidance for policy-makers. Published by the United Nations Educational,Scientific and Cultural Organization (UNESCO, 2020).

Unesco,(2020). Covid-19 Impact on Education. en.unesco.org/covid19/educationresponse

Unicef, (2020). How teachers can talk to children about coronavirus disease. Www.unicef.org

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Musica e matematica: che emozione!

Musica e matematica: che emozione!

È risaputo che il rapporto fra musica e matematica sia molto stretto. Infatti, chi pratica la musica, incappa spesso in numeri intrecciati a situazioni sonore. Fin dai tempi antichi filosofi, musicisti e studiosi hanno definito le numerose connessioni fra le due discipline, ma se la musica fosse regolata esclusivamente dalla matematica, oggi potrebbe essere eseguita degnamente, anzi, con estremo rigore e precisione, da una “macchina”.

(nella foto la Scala Pitagorica)

E il musicista?

Ops, spero di non aver dimostrato la sua inutilità, perché mi sarei data la zappa sui piedi…

Tuttavia i concerti e le registrazioni discografiche continuano a essere affidate a musicisti umani, in caso contrario sarebbero stati tutti licenziati. Già: la maggior parte dei musicisti, qui in Italia non avrebbe nemmeno diritto a un sostegno pubblico, in quanto liberi professionisti (e sottolineo “liberi”!).

Si è fatto tardi e ho in programma una bella serata con la Sinfonia Fantastica di Hector Berlioz eseguita in un noto teatro torinese. L’articolo può aspettare.

Finalmente a teatro, truccata e tutta in tiro. Poltroncine rosse di velluto, quel vociare discreto del pubblico che non alza mai troppo il tono quasi per timore reverenziale. Luci accese, ambiente accogliente, qualche acido commento sulla mise della vicina. Mi accomodo, pronta per l’ascolto, sperando di non essere colta da un accesso di tosse: l’ultima volta è stato così imbarazzante…

Le luci digradano, cala un silenzio mistico, si apre il sipario e un enorme computer al centro del palco, su un tavolo rivestito di seta amaranto, comincia a emettere suoni. È iniziata la sinfonia e prosegue impeccabile, senza la minima sbavatura per 59 lunghi, interminabili minuti. Il mio sguardo è catalizzato dalla macchina che, beffarda, emette ipnotiche lucine colorate, non so se per evitare o per favorire l’abbiocco.

Bel-con-cer-to

Ot-ti-ma-e-se-cu-zio-ne

Fan-ta-sti-ca-mu-si-ca, i commenti asettici a fine performance.

Esecuzione, concerto? Mah, nessuno ha gli occhi lucidi, nessuno ha sentito la “pelle d’oca”, nessuno ha vibrato al sublime mistero dell’Arte. Dov’è finita l’anima della Musica?

A un tratto mi sento scuotere da un tremito, sono sudata e ho le palpitazioni. È buio intorno e dentro di me, ma a poco a poco la vista ritrova gli elementi rassicuranti dell’arredamento di casa.

Dallo studio provengono le note imperfette di Federica al pianoforte: sta suonando Clair de lune di Debussy. Caspita, si inciampa sempre su quel DO#, devo dirle di ripetere il passaggio un centinaio di volte… Mi alzo, però alla frase successiva rimango lì, immobile, sento squarciare il cielo, la sua anima sta cantando e io vibro e mi commuovo con lei. La immagino rapita dalla melodia, con i capelli mossi e dorati che le lambiscono le spalle e oscillano con il suo corpo abbandonato alla forza del suono. E ringrazio Dio per il dono.

Questa è la magia della musica!

La matematica non basta per rendere onore alla Musica. Solo l’artista sa combinare l’irrazionale con il razionale, la perfezione con l’imperfezione, la ragione con l’emozione. Sa mescolare frequenze, rapporti numerici e frazioni con l’anima: un frullato dal sapore unico, irripetibile, in cui è possibile riconoscere ogni singolo componente.

La Bellezza. Quella che, secondo Dostoevskij, salverà il mondo.

Allora distribuiamo il benefico nettare degli dei, avvolgiamo adulti e bambini con la Musica! Regaliamo loro un computer per le funzioni ordinarie, ma non deprediamoli della Musica e dell’Arte! Del Bello, insomma, ogni volta straordinario…

Solo così la vita sarà più ricca. Non solo di emozioni, anche e soprattutto di umanità.

 

 

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Red Carpet

Red Carpet

In copertina: Audrey Hepburn

“Eleganza non è farsi notare, è farsi ricordare”.

Questa è una delle frasi più celebri di Giorgio Armani. Sintetizza un pensiero e un modo di lavorare.

In molte sue dichiarazioni emerge un certo rigore, una specie di severità “Lo stile consiste nel corretto bilanciamento tra sapere chi sei, che cosa va bene per te e come vuoi sviluppare il tuo carattere. I vestiti diventano l’espressione di questo equilibrio.”Ciò che affiora è come gusto, grazia, portamento non provengano dalla superficie ma dalla profondità.

E se lo dice re Giorgio!

Supermodel Maria Carla Boscono poses for British Vogue in a masterful selfie in a cerulean blue gown and shawl from the Giorgio Armani SS20 fashion show collection

Una delle scene più divertenti del film Il Diavolo Veste Prada è quella del maglione ceruleo. La terribilissima Miranda Priestly, redattore capo della rivista di moda Runway, spiega alla neoassunta segretaria Andrea Sachs che il maglione infeltrito che la giovane indossa «Non è solo blu, non è turchese, non è lapislazzulo, è in realtà ceruleo» e prosegue con una paternale su come nasce un colore e sulle dinamiche dell’industria della moda.

https://www.youtube.com/watch?v=b1L8JCbV-to

Ceruleo significa: celeste, azzurro come il cielo, dal latino caerŭleum, deriv. di caēlum, ‘cielo’.

Un aggettivo poco usato nella nostra vita quotidiana, ma amato dai letterati: Il cielo prometteva una bella giornata: la luna, in un canto, pallida e senza raggio, pure spiccava nel campo immenso d’un bigio ceruleo, che, giù giù verso l’oriente, s’andava sfumando leggermente in un giallo roseo.

Un estratto dal capitolo XVII dei Promessi Sposi del Manzoni, quando Renzo sta andando verso Bergamo per incontrare il cugino Bortolo, in uno scenario storico dove imperversa la peste, quanto mai attuale fino a pochi giorni fa.

Quando si tratta di arte, moda o di creatività più in generale, proprio come la giovane assistente, siamo spesso tentati di valutare il risultato finale (quadro, vestito o altro) come alla nostra portata, facile no?

Emblematico è il testo di Francesco Bonomi che vi consiglio: Lo potevo fare anch’io. Perché l’arte contemporanea è davvero arte.

https://www.mondadoristore.it/potevo-fare-anch-io-Perche-Francesco-Bonami/eai978880467934/

Ci viene proprio dal cuore di sederci in cattedra e percepirci in grado-di. Specie nelle discipline di cui sappiamo poco o abbiamo poca esperienza, ma che ci sembrano accessibili, proprio poiché sono il risultato di un processo di sintesi operato dai professionisti.

Henry Matisse  – Nudi Blu (serie)  papier découpé  – 1952

Eppure è così facile cadere in inganno!

Vi è mai capitato di entrare in certi negozi dove la merce è a buon mercato e sentir odore di petrolio? Nonostante la fragranza chimica riuscire a comprare qualcosa di davvero-molto-carino e uscire con la sensazione di aver fatto un affare?

Tornare a casa, guardare la merce, uhm… provarla, e sentire alla bocca dello stomaco un impercettibile crampetto. Si insinua il dubbio che non sia stato proprio un grande affare, ma l’eccitazione della novità prevale!

Poi dimenticare il capo, già sciatto dopo il primo lavaggio, in armadio.

Amen.

Quel capo si è fatto notare, non si è fatto ricordare.

Qualcuno starà pensando no, io non compro (più) schifezze.

Ma siamo sicuri?

Tra Armani e il negozio-petrolio ci sono molti livelli intermedi e per tutte le tasche. La questione stilistica ha a che fare con la personalissima ricerca del proprio equilibrio e con le scelte che si fanno, sarebbe fuorviante ridurla al mero potere d’acquisto, sappiamo che ci sono persone vestite semplicemente e di grande eleganza.

Lo stile è ricerca.

È faticoso, è laborioso è molto impegnativo.

La qualità non viene da sé, quando è al massimo livello, è semplice.

Se ci sono degli esseri viventi su questo pianeta in grado di cogliere a fondo la qualità in termini di espressioni facciali, parole, immagini e comportamenti, questi sono i bambini.

Loro sentono se noi adulti vestiamo il nostro talento, se ci prendiamo cura di chi siamo.

Sentono se ci rivolgiamo a loro guardandoli negli occhi con l’austerità e la dolcezza di chi sa di avere ancora tanto da imparare.

E di conseguenza ci rispondono.

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Educare alle emozioni, educare al benessere a scuola

Educare alle emozioni, educare al benessere a scuola

I bambini felici apprendono di più: è l’idea alla base di numerosi percorsi di ricerca, portati avanti da psicologi e pedagogisti nelle università di tutto il mondo per fare entrare il benessere all’interno delle scuole. Tra i pionieri c’è lo psicologo di fama internazionale Daniel Goleman che educa all’importanza della gestione delle emozioni e dell’educazione al respiro, guidando e formando gli operatori sulle pratiche dell’intelligenza emotiva. Ed è dal benessere e dalla cura nell’apprendimento che è necessario ripartire dopo il lockdown, portando nelle scuole tecniche che ci aiutino a superare le ansie e le paure che la pandemia si è portata dietro.

Nella scuola il benessere si sviluppa a tre livelli, quello ambientale educativo ed emotivo: uno stare bene, cioè, che si costruisce in una classe grazie a una didattica insegnante-allievo che si prende cura della risposta empatica fra i membri della comunità educante. Una ricerca del benessere che predispone all’apprendimento al centro delle ricerche della prof.ssa Daniela Lucangeli che analizza a Padova il rapporto tra gioia e apprendimento, spiegando che i ricordi connessi alle emozioni ci portano a fuggire o ad avvicinarci alle materie scolastiche. Ed è in questo ambito che possono rivelarsi di grande utilità le pratiche spirituali dello yoga, già entrato nelle scuole del nostro Paese grazie alla convenzione che il Ministero dell’Istruzione ha firmato nel 1997 con la Federazione Nazionale di Yoga, riconoscendone così l’alto valore educativo e di benessere per gli allievi di tutte le fasce di età.

Al centro della pratica dello Yoga c’è il pranayama, cioè l’arte di controllare l’assorbimento dell’energia vitale (prana) per mezzo del respiro, come viene definita nella filosofia yogica, che – come la medicina e lo sport occidentale – mette l’accento sull’importanza fondamentale del respiro e della giusta respirazione, grazie a cui si possono sviluppare in modo proficuo la ricerca del focus, dell’attenzione e della concentrazione, indispensabili nel percorso educativo.

Da diversi anni vengono portati avanti studi scientifici sui benefici della “mindfulness” e dello Yoga nei contesti educativi, come quello recentemente condotto in una scuola elementare americana da A. N. Bazzano, C. E. Anderson, C. Hylton, J. Gustat: secondo la loro ricerca, i bambini che hanno partecipato agli esercizi di respirazione, di rilassamento guidato e di Yoga hanno avuto come effetto benefico una riduzione dell’ansia e migliori prestazioni scolastiche da parte del gruppo classe. Si tratta anche di tecniche che si sono rivelate molto efficaci anche per chi opera nel campo del sostegno scolastico, come riporta per esempio lo studio di A. Juliano, A. Alexander e J. DeLuca, sostenendo che la respirazione e l’educazione alla consapevolezza aumentino le capacità specifiche di funzionamento esecutivo in casi di autismo.

Per dare un ritmo diverso all’insegnamento e creare una situazione di ascolto e di armonia nella classe, migliorando così l’apprendimento, diversi sono i metodi che possiamo usare. Quali strumenti sono necessari per imparare queste tecniche? E che tipo di esercizi sono necessari? Ecco di seguito alcuni esempi.

Uno è il circle-time mattutino, esercizio che aiuta ad avere un quadro dello stato di benessere della classe e far sviluppare empatia tra gli stessi compagni e che si ottiene facendo rappresentare il proprio stato emotivo grazie ai fenomeni atmosferici per i più piccoli e ai colori per i più grandi.

Un altro è la respirazione, tecnica che può essere insegnata diversificando le strategie a secondo dell’età degli alunni a cui ci si rivolge: si può per esempio prendere come riferimento la respirazione degli animali per i più piccoli, mentre per i più grandi si può, passo dopo passo, arrivare fino alle respirazioni usate nelle pratiche yoga.

Un terzo, infine è quello della visualizzazione, che permetterà di raggiungere uno stato di allegria e positività, grazie all’esercizio di chiudere gli occhi e far visualizzare ai bambini e ragazzi alcune immagini – una foresta, il mare, il deserto…  – e dargli delle indicazioni per immaginare un’intera storia.

Personalmente ricordo ancora con affetto la prima volta che ho portato in classe varie attività legate alla meditazione con i bambini che ne sono rimasti affascinati e non vedevano l’ora di ripetere l’esperienza; e ancora oggi propongo esercizi di visualizzazione e respiro guidato allo scopo di creare e mantenere uno stato di quiete e rilassatezza nella classe. Perché «meditare significa raggiungere con il cuore e con il corpo la condizione della pace più profonda», dice Masahiro Oki, maestro di yoga giapponese: è proprio dalla respirazione e dagli esercizi di meditazione che infatti sorge e si sviluppa l’equilibrio tra e il nostro corpo e la nostra mente; e un docente che si prende cura di se stesso, sarà un docente che saprà prendersi al meglio cura dei suoi allievi, sviluppando capacità di ascolto e coltivando le loro specificità.

Bibliografia:

Daniel Goleman,(2011). Intelligenza Emotiva. Edizioni Best Bur

Daniel Goleman, Peter Senge (2017). A scuola di futuro.Per un’educazione realmente moderna. Edizioni Best Bur

Luciana Bertinato,(2017).Una scuola felice. Diario di un’esperienza educativa possibile. FrancoAngeli Editore

Gianfranco Zavalloni,(2015).La pedagogia della lumaca.Per una scuola lenta e non-violenta. Emi Edizioni

A.Fabrizi, B.Frandino, (2013).I super poteri dello yoga per andare bene a scuola. Edizioni Scuola Holden

Eline Snel, ( 2015). Calmo e attento come una ranocchia. Esercizi di mindfulness per bambini (e genitori)

 

 

Link alla rivista scientifica Science Direct e agli articoli citati:

https://doi.org/10.1016/j.ctim.2020.102470

https://doi.org/10.1016/j.ridd.2020.103641

Il segno: storia di un alfabeto misterioso

Il segno: storia di un alfabeto misterioso

Giuseppe Capogrossi (1900-1972), è un artista italiano noto per aver creato una forma che è diventata identificativa della sua cifra pittorica. Utilizzando la sua originale combinazione di segni, ha dipinto infinite superfici guadagnandosi il consenso e il rispetto internazionale.

Dice di lui il critico Gillo Dorfles in “Ultime Tendenze dell’Arte D’Oggi – Dall’Informale al Neo-oggettuale”.

(…)”La lezione di Capogrossi – apparentemente facile e facilmente imitabile – si è dimostrata in realtà assai ardua: la difficoltà non consiste certo nell’invenzione del segno ma nella validità dello stesso, e tale validità esula da ogni possibile riferimento a oggetti reali, a moduli arcaici, a principi scientifici; non può che dipendere dalla proiezione d’una determinata carica individuale” .

https://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/ultime-tendenze-nellarte-doggi-1/

C’è un aneddoto della vita privata dell’autore che rende la sua ricerca ancor più affascinante. Pare che Capogrossi abbia raccontato di sé: “Un giorno andai con mia madre in un istituto per ciechi. In una sala due bambini disegnavano. Mi avvicinai: i fogli erano pieni di piccoli segni neri, una sorta di alfabeto misterioso… provai una profonda emozione. Sentii, fin da allora, che i segni non sono necessariamente l’immagine di qualcosa che si è visto, ma possono esprimere qualcosa che è dentro di noi”.

https://www.fondazionearchiviocapogrossi.it/biografia-giuseppe-capogrossi/

 Da qui è nato l’atelier di arti visive Omaggio a Capogrossi.

Inizialmente l’avevo concepito per persone con disabilità prendendo alla lettera la lezione dell’artista sulla validità del segno, la rappresentazione cioè di un logo personale e la sintesi estetica data dai segni neri e/o bianchi. Dentro questa ristrettezza è effettivamente emerso l’impulso creativo di ogni partecipante.

Negli anni gli atelier si sono moltiplicati, dai primi ragazzi speciali, ai bambini molto piccoli, ai giovani e adolescenti fino agli adulti in formazione nel posto di lavoro. Ogni atelier si modellava sulla peculiarità del gruppo dove seguendo una progressione di azioni, ognuno creava il proprio segno. Poi i segni venivano stampati ripetute volte con l’ausilio di una matrice e ogni volta è stato come ripetere: io ci sono. I segni infine venivano esposti in un’unica superficie pittorica e a quel punto non c’era solo l’io, c’era il noi.

Lascio parlare le immagini dove non è possibile distinguere il segno eseguito da un bambino rispetto a quello di un direttore d’azienda, di un impiegato o di una persona con disabilità.


Pensavo di essere a buon punto con la pluralità della partecipazione invece ho ricevuto l’invito dallo Stamsund Teater Festival per portare in Norvegia una proposta capace di integrare una socialità tutta nordica con la presenza in loco di un campo rifugiati con bambini siriani, afgani, uzbechi e sauditi. Non potevo che scegliere Omaggio a Capogrossi, tradotto per l’occasione in Leave Your Mark (lascia il tuo segno).

Sono partita per la penisola di Lofoten in un periodo dell’anno dove è sempre giorno, portando in valigia un segno verticale, uno orizzontale, uno curvo. Con questi pochi elementi insieme ai bambini norvegesi della scuola Montessori di Stamsund e ai bambini del Centro abbiamo lavorato una settimana per realizzare un’installazione poi esposta nella galleria in centro al paese.

In quei giorni vivevo in un turbinio linguistico: la mia traduttrice traduceva dal norvegese all’inglese e dove non si poteva perché la lingua madre era il persiano o l’arabo si passava al mimo o al disegno. I bambini e le bambine trovavano la cosa molto divertente e capivano tutto. Una bambina ha cercato di spiegarsi nella lingua fārsī facendo un balletto… Quella che capiva meno di tutti era la sottoscritta.

Troppo cerebrale.

Finché un pomeriggio, durante un atelier al Centro, ho incontrato lo sguardo stravolto di una giovane mamma siriana, fuggita dalla guerra con la figlia, veniva ad accompagnare la bambina e un’amichetta. Non parlava inglese, annuiva piano con la testa in silenzio osservando tutto. Ci siamo guardate dritte negli occhi e lì è subentrato un nuovo registro comunicativo, tra adulti. Laddove per i bambini è naturale, per noi, per me senz’altro, è stato quasi una riscoperta.

Abbiamo stabilito una connessione al di là di un codice condiviso o condivisibile. Abbiamo cioè fatto ricorso a quello stesso alfabeto misterioso che traccia il solco della vicenda umana, talvolta terribile, senza clamori. Andando così all’essenza, al puro segno.

Perché è vero quel che diceva il Capogrossi bambino: “i segni possono esprimere qualcosa che è dentro di noi”.

Tusen Takk  Stamsundteaterfestival!

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galleria dell’atelier a Stamsund

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