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Musica e matematica: che emozione!

Musica e matematica: che emozione!

È risaputo che il rapporto fra musica e matematica sia molto stretto. Infatti, chi pratica la musica, incappa spesso in numeri intrecciati a situazioni sonore. Fin dai tempi antichi filosofi, musicisti e studiosi hanno definito le numerose connessioni fra le due discipline, ma se la musica fosse regolata esclusivamente dalla matematica, oggi potrebbe essere eseguita degnamente, anzi, con estremo rigore e precisione, da una “macchina”.

(nella foto la Scala Pitagorica)

E il musicista?

Ops, spero di non aver dimostrato la sua inutilità, perché mi sarei data la zappa sui piedi…

Tuttavia i concerti e le registrazioni discografiche continuano a essere affidate a musicisti umani, in caso contrario sarebbero stati tutti licenziati. Già: la maggior parte dei musicisti, qui in Italia non avrebbe nemmeno diritto a un sostegno pubblico, in quanto liberi professionisti (e sottolineo “liberi”!).

Si è fatto tardi e ho in programma una bella serata con la Sinfonia Fantastica di Hector Berlioz eseguita in un noto teatro torinese. L’articolo può aspettare.

Finalmente a teatro, truccata e tutta in tiro. Poltroncine rosse di velluto, quel vociare discreto del pubblico che non alza mai troppo il tono quasi per timore reverenziale. Luci accese, ambiente accogliente, qualche acido commento sulla mise della vicina. Mi accomodo, pronta per l’ascolto, sperando di non essere colta da un accesso di tosse: l’ultima volta è stato così imbarazzante…

Le luci digradano, cala un silenzio mistico, si apre il sipario e un enorme computer al centro del palco, su un tavolo rivestito di seta amaranto, comincia a emettere suoni. È iniziata la sinfonia e prosegue impeccabile, senza la minima sbavatura per 59 lunghi, interminabili minuti. Il mio sguardo è catalizzato dalla macchina che, beffarda, emette ipnotiche lucine colorate, non so se per evitare o per favorire l’abbiocco.

Bel-con-cer-to

Ot-ti-ma-e-se-cu-zio-ne

Fan-ta-sti-ca-mu-si-ca, i commenti asettici a fine performance.

Esecuzione, concerto? Mah, nessuno ha gli occhi lucidi, nessuno ha sentito la “pelle d’oca”, nessuno ha vibrato al sublime mistero dell’Arte. Dov’è finita l’anima della Musica?

A un tratto mi sento scuotere da un tremito, sono sudata e ho le palpitazioni. È buio intorno e dentro di me, ma a poco a poco la vista ritrova gli elementi rassicuranti dell’arredamento di casa.

Dallo studio provengono le note imperfette di Federica al pianoforte: sta suonando Clair de lune di Debussy. Caspita, si inciampa sempre su quel DO#, devo dirle di ripetere il passaggio un centinaio di volte… Mi alzo, però alla frase successiva rimango lì, immobile, sento squarciare il cielo, la sua anima sta cantando e io vibro e mi commuovo con lei. La immagino rapita dalla melodia, con i capelli mossi e dorati che le lambiscono le spalle e oscillano con il suo corpo abbandonato alla forza del suono. E ringrazio Dio per il dono.

Questa è la magia della musica!

La matematica non basta per rendere onore alla Musica. Solo l’artista sa combinare l’irrazionale con il razionale, la perfezione con l’imperfezione, la ragione con l’emozione. Sa mescolare frequenze, rapporti numerici e frazioni con l’anima: un frullato dal sapore unico, irripetibile, in cui è possibile riconoscere ogni singolo componente.

La Bellezza. Quella che, secondo Dostoevskij, salverà il mondo.

Allora distribuiamo il benefico nettare degli dei, avvolgiamo adulti e bambini con la Musica! Regaliamo loro un computer per le funzioni ordinarie, ma non deprediamoli della Musica e dell’Arte! Del Bello, insomma, ogni volta straordinario…

Solo così la vita sarà più ricca. Non solo di emozioni, anche e soprattutto di umanità.

 

 

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Red Carpet

Red Carpet

In copertina: Audrey Hepburn

“Eleganza non è farsi notare, è farsi ricordare”.

Questa è una delle frasi più celebri di Giorgio Armani. Sintetizza un pensiero e un modo di lavorare.

In molte sue dichiarazioni emerge un certo rigore, una specie di severità “Lo stile consiste nel corretto bilanciamento tra sapere chi sei, che cosa va bene per te e come vuoi sviluppare il tuo carattere. I vestiti diventano l’espressione di questo equilibrio.”Ciò che affiora è come gusto, grazia, portamento non provengano dalla superficie ma dalla profondità.

E se lo dice re Giorgio!

Supermodel Maria Carla Boscono poses for British Vogue in a masterful selfie in a cerulean blue gown and shawl from the Giorgio Armani SS20 fashion show collection

Una delle scene più divertenti del film Il Diavolo Veste Prada è quella del maglione ceruleo. La terribilissima Miranda Priestly, redattore capo della rivista di moda Runway, spiega alla neoassunta segretaria Andrea Sachs che il maglione infeltrito che la giovane indossa «Non è solo blu, non è turchese, non è lapislazzulo, è in realtà ceruleo» e prosegue con una paternale su come nasce un colore e sulle dinamiche dell’industria della moda.

https://www.youtube.com/watch?v=b1L8JCbV-to

Ceruleo significa: celeste, azzurro come il cielo, dal latino caerŭleum, deriv. di caēlum, ‘cielo’.

Un aggettivo poco usato nella nostra vita quotidiana, ma amato dai letterati: Il cielo prometteva una bella giornata: la luna, in un canto, pallida e senza raggio, pure spiccava nel campo immenso d’un bigio ceruleo, che, giù giù verso l’oriente, s’andava sfumando leggermente in un giallo roseo.

Un estratto dal capitolo XVII dei Promessi Sposi del Manzoni, quando Renzo sta andando verso Bergamo per incontrare il cugino Bortolo, in uno scenario storico dove imperversa la peste, quanto mai attuale fino a pochi giorni fa.

Quando si tratta di arte, moda o di creatività più in generale, proprio come la giovane assistente, siamo spesso tentati di valutare il risultato finale (quadro, vestito o altro) come alla nostra portata, facile no?

Emblematico è il testo di Francesco Bonomi che vi consiglio: Lo potevo fare anch’io. Perché l’arte contemporanea è davvero arte.

https://www.mondadoristore.it/potevo-fare-anch-io-Perche-Francesco-Bonami/eai978880467934/

Ci viene proprio dal cuore di sederci in cattedra e percepirci in grado-di. Specie nelle discipline di cui sappiamo poco o abbiamo poca esperienza, ma che ci sembrano accessibili, proprio poiché sono il risultato di un processo di sintesi operato dai professionisti.

Henry Matisse  – Nudi Blu (serie)  papier découpé  – 1952

Eppure è così facile cadere in inganno!

Vi è mai capitato di entrare in certi negozi dove la merce è a buon mercato e sentir odore di petrolio? Nonostante la fragranza chimica riuscire a comprare qualcosa di davvero-molto-carino e uscire con la sensazione di aver fatto un affare?

Tornare a casa, guardare la merce, uhm… provarla, e sentire alla bocca dello stomaco un impercettibile crampetto. Si insinua il dubbio che non sia stato proprio un grande affare, ma l’eccitazione della novità prevale!

Poi dimenticare il capo, già sciatto dopo il primo lavaggio, in armadio.

Amen.

Quel capo si è fatto notare, non si è fatto ricordare.

Qualcuno starà pensando no, io non compro (più) schifezze.

Ma siamo sicuri?

Tra Armani e il negozio-petrolio ci sono molti livelli intermedi e per tutte le tasche. La questione stilistica ha a che fare con la personalissima ricerca del proprio equilibrio e con le scelte che si fanno, sarebbe fuorviante ridurla al mero potere d’acquisto, sappiamo che ci sono persone vestite semplicemente e di grande eleganza.

Lo stile è ricerca.

È faticoso, è laborioso è molto impegnativo.

La qualità non viene da sé, quando è al massimo livello, è semplice.

Se ci sono degli esseri viventi su questo pianeta in grado di cogliere a fondo la qualità in termini di espressioni facciali, parole, immagini e comportamenti, questi sono i bambini.

Loro sentono se noi adulti vestiamo il nostro talento, se ci prendiamo cura di chi siamo.

Sentono se ci rivolgiamo a loro guardandoli negli occhi con l’austerità e la dolcezza di chi sa di avere ancora tanto da imparare.

E di conseguenza ci rispondono.

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Educare alle emozioni, educare al benessere a scuola

Educare alle emozioni, educare al benessere a scuola

I bambini felici apprendono di più: è l’idea alla base di numerosi percorsi di ricerca, portati avanti da psicologi e pedagogisti nelle università di tutto il mondo per fare entrare il benessere all’interno delle scuole. Tra i pionieri c’è lo psicologo di fama internazionale Daniel Goleman che educa all’importanza della gestione delle emozioni e dell’educazione al respiro, guidando e formando gli operatori sulle pratiche dell’intelligenza emotiva. Ed è dal benessere e dalla cura nell’apprendimento che è necessario ripartire dopo il lockdown, portando nelle scuole tecniche che ci aiutino a superare le ansie e le paure che la pandemia si è portata dietro.

Nella scuola il benessere si sviluppa a tre livelli, quello ambientale educativo ed emotivo: uno stare bene, cioè, che si costruisce in una classe grazie a una didattica insegnante-allievo che si prende cura della risposta empatica fra i membri della comunità educante. Una ricerca del benessere che predispone all’apprendimento al centro delle ricerche della prof.ssa Daniela Lucangeli che analizza a Padova il rapporto tra gioia e apprendimento, spiegando che i ricordi connessi alle emozioni ci portano a fuggire o ad avvicinarci alle materie scolastiche. Ed è in questo ambito che possono rivelarsi di grande utilità le pratiche spirituali dello yoga, già entrato nelle scuole del nostro Paese grazie alla convenzione che il Ministero dell’Istruzione ha firmato nel 1997 con la Federazione Nazionale di Yoga, riconoscendone così l’alto valore educativo e di benessere per gli allievi di tutte le fasce di età.

Al centro della pratica dello Yoga c’è il pranayama, cioè l’arte di controllare l’assorbimento dell’energia vitale (prana) per mezzo del respiro, come viene definita nella filosofia yogica, che – come la medicina e lo sport occidentale – mette l’accento sull’importanza fondamentale del respiro e della giusta respirazione, grazie a cui si possono sviluppare in modo proficuo la ricerca del focus, dell’attenzione e della concentrazione, indispensabili nel percorso educativo.

Da diversi anni vengono portati avanti studi scientifici sui benefici della “mindfulness” e dello Yoga nei contesti educativi, come quello recentemente condotto in una scuola elementare americana da A. N. Bazzano, C. E. Anderson, C. Hylton, J. Gustat: secondo la loro ricerca, i bambini che hanno partecipato agli esercizi di respirazione, di rilassamento guidato e di Yoga hanno avuto come effetto benefico una riduzione dell’ansia e migliori prestazioni scolastiche da parte del gruppo classe. Si tratta anche di tecniche che si sono rivelate molto efficaci anche per chi opera nel campo del sostegno scolastico, come riporta per esempio lo studio di A. Juliano, A. Alexander e J. DeLuca, sostenendo che la respirazione e l’educazione alla consapevolezza aumentino le capacità specifiche di funzionamento esecutivo in casi di autismo.

Per dare un ritmo diverso all’insegnamento e creare una situazione di ascolto e di armonia nella classe, migliorando così l’apprendimento, diversi sono i metodi che possiamo usare. Quali strumenti sono necessari per imparare queste tecniche? E che tipo di esercizi sono necessari? Ecco di seguito alcuni esempi.

Uno è il circle-time mattutino, esercizio che aiuta ad avere un quadro dello stato di benessere della classe e far sviluppare empatia tra gli stessi compagni e che si ottiene facendo rappresentare il proprio stato emotivo grazie ai fenomeni atmosferici per i più piccoli e ai colori per i più grandi.

Un altro è la respirazione, tecnica che può essere insegnata diversificando le strategie a secondo dell’età degli alunni a cui ci si rivolge: si può per esempio prendere come riferimento la respirazione degli animali per i più piccoli, mentre per i più grandi si può, passo dopo passo, arrivare fino alle respirazioni usate nelle pratiche yoga.

Un terzo, infine è quello della visualizzazione, che permetterà di raggiungere uno stato di allegria e positività, grazie all’esercizio di chiudere gli occhi e far visualizzare ai bambini e ragazzi alcune immagini – una foresta, il mare, il deserto…  – e dargli delle indicazioni per immaginare un’intera storia.

Personalmente ricordo ancora con affetto la prima volta che ho portato in classe varie attività legate alla meditazione con i bambini che ne sono rimasti affascinati e non vedevano l’ora di ripetere l’esperienza; e ancora oggi propongo esercizi di visualizzazione e respiro guidato allo scopo di creare e mantenere uno stato di quiete e rilassatezza nella classe. Perché «meditare significa raggiungere con il cuore e con il corpo la condizione della pace più profonda», dice Masahiro Oki, maestro di yoga giapponese: è proprio dalla respirazione e dagli esercizi di meditazione che infatti sorge e si sviluppa l’equilibrio tra e il nostro corpo e la nostra mente; e un docente che si prende cura di se stesso, sarà un docente che saprà prendersi al meglio cura dei suoi allievi, sviluppando capacità di ascolto e coltivando le loro specificità.

Bibliografia:

Daniel Goleman,(2011). Intelligenza Emotiva. Edizioni Best Bur

Daniel Goleman, Peter Senge (2017). A scuola di futuro.Per un’educazione realmente moderna. Edizioni Best Bur

Luciana Bertinato,(2017).Una scuola felice. Diario di un’esperienza educativa possibile. FrancoAngeli Editore

Gianfranco Zavalloni,(2015).La pedagogia della lumaca.Per una scuola lenta e non-violenta. Emi Edizioni

A.Fabrizi, B.Frandino, (2013).I super poteri dello yoga per andare bene a scuola. Edizioni Scuola Holden

Eline Snel, ( 2015). Calmo e attento come una ranocchia. Esercizi di mindfulness per bambini (e genitori)

 

 

Link alla rivista scientifica Science Direct e agli articoli citati:

https://doi.org/10.1016/j.ctim.2020.102470

https://doi.org/10.1016/j.ridd.2020.103641

Il segno: storia di un alfabeto misterioso

Il segno: storia di un alfabeto misterioso

Giuseppe Capogrossi (1900-1972), è un artista italiano noto per aver creato una forma che è diventata identificativa della sua cifra pittorica. Utilizzando la sua originale combinazione di segni, ha dipinto infinite superfici guadagnandosi il consenso e il rispetto internazionale.

Dice di lui il critico Gillo Dorfles in “Ultime Tendenze dell’Arte D’Oggi – Dall’Informale al Neo-oggettuale”.

(…)”La lezione di Capogrossi – apparentemente facile e facilmente imitabile – si è dimostrata in realtà assai ardua: la difficoltà non consiste certo nell’invenzione del segno ma nella validità dello stesso, e tale validità esula da ogni possibile riferimento a oggetti reali, a moduli arcaici, a principi scientifici; non può che dipendere dalla proiezione d’una determinata carica individuale” .

https://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/ultime-tendenze-nellarte-doggi-1/

C’è un aneddoto della vita privata dell’autore che rende la sua ricerca ancor più affascinante. Pare che Capogrossi abbia raccontato di sé: “Un giorno andai con mia madre in un istituto per ciechi. In una sala due bambini disegnavano. Mi avvicinai: i fogli erano pieni di piccoli segni neri, una sorta di alfabeto misterioso… provai una profonda emozione. Sentii, fin da allora, che i segni non sono necessariamente l’immagine di qualcosa che si è visto, ma possono esprimere qualcosa che è dentro di noi”.

https://www.fondazionearchiviocapogrossi.it/biografia-giuseppe-capogrossi/

 Da qui è nato l’atelier di arti visive Omaggio a Capogrossi.

Inizialmente l’avevo concepito per persone con disabilità prendendo alla lettera la lezione dell’artista sulla validità del segno, la rappresentazione cioè di un logo personale e la sintesi estetica data dai segni neri e/o bianchi. Dentro questa ristrettezza è effettivamente emerso l’impulso creativo di ogni partecipante.

Negli anni gli atelier si sono moltiplicati, dai primi ragazzi speciali, ai bambini molto piccoli, ai giovani e adolescenti fino agli adulti in formazione nel posto di lavoro. Ogni atelier si modellava sulla peculiarità del gruppo dove seguendo una progressione di azioni, ognuno creava il proprio segno. Poi i segni venivano stampati ripetute volte con l’ausilio di una matrice e ogni volta è stato come ripetere: io ci sono. I segni infine venivano esposti in un’unica superficie pittorica e a quel punto non c’era solo l’io, c’era il noi.

Lascio parlare le immagini dove non è possibile distinguere il segno eseguito da un bambino rispetto a quello di un direttore d’azienda, di un impiegato o di una persona con disabilità.


Pensavo di essere a buon punto con la pluralità della partecipazione invece ho ricevuto l’invito dallo Stamsund Teater Festival per portare in Norvegia una proposta capace di integrare una socialità tutta nordica con la presenza in loco di un campo rifugiati con bambini siriani, afgani, uzbechi e sauditi. Non potevo che scegliere Omaggio a Capogrossi, tradotto per l’occasione in Leave Your Mark (lascia il tuo segno).

Sono partita per la penisola di Lofoten in un periodo dell’anno dove è sempre giorno, portando in valigia un segno verticale, uno orizzontale, uno curvo. Con questi pochi elementi insieme ai bambini norvegesi della scuola Montessori di Stamsund e ai bambini del Centro abbiamo lavorato una settimana per realizzare un’installazione poi esposta nella galleria in centro al paese.

In quei giorni vivevo in un turbinio linguistico: la mia traduttrice traduceva dal norvegese all’inglese e dove non si poteva perché la lingua madre era il persiano o l’arabo si passava al mimo o al disegno. I bambini e le bambine trovavano la cosa molto divertente e capivano tutto. Una bambina ha cercato di spiegarsi nella lingua fārsī facendo un balletto… Quella che capiva meno di tutti era la sottoscritta.

Troppo cerebrale.

Finché un pomeriggio, durante un atelier al Centro, ho incontrato lo sguardo stravolto di una giovane mamma siriana, fuggita dalla guerra con la figlia, veniva ad accompagnare la bambina e un’amichetta. Non parlava inglese, annuiva piano con la testa in silenzio osservando tutto. Ci siamo guardate dritte negli occhi e lì è subentrato un nuovo registro comunicativo, tra adulti. Laddove per i bambini è naturale, per noi, per me senz’altro, è stato quasi una riscoperta.

Abbiamo stabilito una connessione al di là di un codice condiviso o condivisibile. Abbiamo cioè fatto ricorso a quello stesso alfabeto misterioso che traccia il solco della vicenda umana, talvolta terribile, senza clamori. Andando così all’essenza, al puro segno.

Perché è vero quel che diceva il Capogrossi bambino: “i segni possono esprimere qualcosa che è dentro di noi”.

Tusen Takk  Stamsundteaterfestival!

https://www.facebook.com/pg/Stamsund/posts/

galleria dell’atelier a Stamsund

https://www.facebook.com/anna.piratti/media_set?set=a.10153639386187960&type=3

Progetto Fuoco

Progetto Fuoco

Il fuoco, l’elemento naturale che emana luce e calore, è vitale per la sopravvivenza degli esseri viventi. Il Sole, con i suoi raggi incandescenti, ogni giorno ci illumina e ci scalda. Scoprire con i bambini della Scuola dell’Infanzia questo elemento ci consente di far comprendere loro i suoi vantaggi ma anche come evitare la sua pericolosità.

Siamo partiti dai 5 sensi per osservare e scoprire le caratteristiche principali di questo elemento. Con i bambini ci siamo chiesti: possiamo vedere il fuoco? Il fuoco ci permette di vedere? Possiamo sentire il calore del fuoco? Il calore trasforma le cose? Si trasferisce? Proponendo esperienze percettive e attività simboliche, siamo giunti a formulare delle conclusioni insieme ai bambini che hanno potuto così trovare il nesso tra fuoco, Sole, calore e luce, anche in relazione al loro corpo.

Clicca sul pulsante per scaricare il progetto e le attività didattiche proposte: spunti narrativi, attività laboratoriali, schede fotocopiabili in PDF.

ADHD e DSA: solo questione di “cervello”?

ADHD e DSA: solo questione di “cervello”?

di Miriam Pizzardi e Elisa Delvecchio formatrici Scuola Oltre

Dipartimento di Filosofia, Scienze Umane, Sociali e della Formazione, Università degli Studi di Perugia

Quando si parla di Disturbo d’attenzione e iperattività (Adhd) e di Disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa), si ha la tendenza a considerarli prevalentemente, se non esclusivamente, come una tipologia di disturbi neuroevolutivi che fanno riferimento alla sfera delle funzioni cognitive, enfatizzando le difficoltà in questo ambito e dipingendo bambini o ragazzi che ne sono affetti  come individui con problematiche connesse alle capacità di attenzione, di organizzazione, di autoregolazione e/o anche a una mancata automatizzazione dei processi di lettura, scrittura e calcolo. Questa visione, sebbene evidenzi difficoltà presenti ed evidenti, tende a essere prevalente all’interno di molteplici contesti, tra cui quello scolastico poiché, proprio all’interno di esso, i ragazzi si trovano con frequenza a doversi confrontare con compiti che richiedono proprio questo tipo di funzioni. Per questa ragione, talvolta si ha la convinzione che si tratti di una difficoltà o meglio detta di una “questione solo di cervello”. Ma è davvero così?

Numerosi studi presenti in letteratura hanno cercato di indagare più a fondo questi disturbi dimostrando che fallire nelle aree della lettura, scrittura e calcolo, come anche essere incapaci di portare a termine dei compiti a causa della disattenzione e dell’impulsività, può causare disagi emotivi molto forti. Tali disagi presentano frequentemente equivalenti somatici importanti che questi bambini di solito manifestano lamentando mal di testa e mal di pancia (Elksnin e Elksnin, 2004) e comportano spesso un generale deterioramento della qualità della vita, come emerso nei recenti lavori di Gallegos (2012) e di Kandemir (2014). In pratica, tali fallimenti possono diventare dei generatori di ansie e frustrazioni e portare anche a demotivazione, scarsa autostima e scarso senso di autoefficacia. Difatti, il non riuscire nei compiti, nonostante gli sforzi, si associa spesso al non sentirsi sufficientemente intelligenti, comportando un’equazione logica per cui l’avere difficoltà in queste aree significa, per molti di questi ragazzi, essere inadeguati anche in tutte le altre aree di vita. Inoltre, se tale credenza relativa alle proprie competenze diventa costante potrebbe produrre convinzioni stabili nel tempo che a loro volta rischiano di dar luogo a un peggioramento delle performance scolastiche e a una conseguente perdita della motivazione, generando così una condizione definita di impotenza appresa che consiste nel ritenere di non aver controllo sul proprio apprendimento.

Il risultato, quindi, è la messa in atto di una serie di strategie difensive, legate al disagio vissuto, che quest’ultimi utilizzano per non essere considerati diversi, mascherando o evitando completamente certe situazioni, persone o contesti (Vecchini, 2010). Per tale motivo è importante che comportamenti tipicamente osservabili nell’ambiente scolastico quali, la difficoltà per il ragazzo a leggere a voce alta, a rispondere alle domande in classe oppure a mostrarsi disponibile a partecipare alle attività proposte o previste, vengano colti come segnali di insicurezza e d’inadeguatezza. Frequenti sono le situazioni in cui questi alunni si rifiutano o evitano di svolgere esercizi per paura di sbagliare; gli errori, infatti, sono considerati da loro un fallimento grave e insopportabile, per tale ragione essi tendono anche a distorcere l’andamento di certi eventi.

In questo modo, quindi, anticipano cognitivamente ed emotivamente sia il possibile corso di quest’ultimi che, soprattutto, il giudizio altrui. È proprio in queste circostanze, dunque, che il ruolo degli insegnanti è di significativa importanza poiché essi possono offrire un prezioso aiuto per il benessere psicosociale dei ragazzi, laddove si dimostrino abili e intenzionati a cogliere la complessità di questi disturbi considerando, oltre gli elementi di natura cognitiva, anche gli aspetti di ordine affettivo. Difatti, come affermato da Di Renzo e Bianchi di Castelbianco (2013), affrontare gli aspetti affettivi che influenzano gli apprendimenti non significa disconoscere la portata della componente cognitiva, ma piuttosto valorizzarla e integrarla con tutte le manifestazioni del ragazzo. A tal proposito è estremamente importante che le abilità nell’acquisizione del processo di letto-scrittura e di calcolo, come anche quelle relative alla capacità di prestare attenzione e sapersi autoregolare, vengano considerate come delle competenze complesse, non solo prettamente cognitive, ma anche di ordine affettivo, in grado perciò di esercitare una reciproca influenza sul funzionamento del ragazzo.

Difatti, quest’ultimo per riuscire a mantenere la concentrazione su un compito complesso deve poter avere sperimentato un’adeguata autostima nelle proprie capacità di far fronte a ciò che è nuovo e di imparare a considerare l’errore come una possibilità del processo di apprendimento. Imparare a tollerare la frustrazione legata all’apprendimento costituisce, difatti, una premessa indispensabile che contribuisce al raggiungimento di un’autonomia mentale in grado di aiutarlo a confrontarsi con difficoltà insite nei compiti legati sia alla scolarizzazione che più in generale a quelli di vita quotidiana. Alla luce di ciò, se da un lato sia il processo di letto-scrittura e calcolo che le abilità attentive e di regolazione si basano su funzioni neuropsicologiche appropriate, dall’altro esse rappresentano anche un atto culturale che si apprende all’interno di un contesto motivante che sa rispondere alle esigenze del bambino ad ogni stadio del suo sviluppo e che sa comprendere la sua affettività. Per tale ragione un ambiente scolastico, dotato di insegnanti abili e intenzionati a comprendere le emozioni dei ragazzi, a rispondere efficacemente alle loro necessità e a sostenerli e stimolarli adeguatamente in relazione alle loro capacità, può contribuire allo sviluppo di un sufficiente livello di fiducia in loro stessi e di una buona autostima che gli permetterà di far fronte alle difficoltà senza scoraggiarsi. Ciò è possibile attraverso la creazione di spazi e percorsi, adeguati all’età degli alunni, quali per esempio laboratori, programmi o attività di coppia e/o di gruppo grazie ai quali vengano stimolati l’emergere delle risorse e capacità di ciascuno studente e lo scambio reciproco, aiutandoli così a migliorare autostima e autoefficacia. Questo obiettivo dell’azione educativa è quindi volto a coinvolgere, in un’ottica inclusiva, tutti gli alunni e a promuovere la formazione integrale della loro personalità.

Pertanto, cogliere la componente psico-affettiva di ragazzi con ADHD e DSA prendendo in considerazione gli aspetti di “cuore” ovvero, la loro paura di crescere, i loro sentimenti, il loro timore di deludere il mondo degli adulti, la loro preoccupazione di non essere come gli altri e pure il loro desiderio di diventare in qualche modo speciali, gli permetterà di sentirsi capiti ed accolti all’interno di uno degli ambienti di vita più importanti e influenti quale la scuola. È essenziale, inoltre, che proprio all’interno del contesto scolastico si enfatizzi e stimoli l’interazione tra pari attraverso la quale si può favorire l’acquisizione di comportamenti sociali fondamentali, sia al suo interno che in generale per la vita, come l’apprendimento di adeguate capacità di ascolto, di cooperazione, di gestione costruttiva dei conflitti interpersonali e di definizione dei problemi e delle loro possibili soluzioni.

In conclusione, la scuola potrà così contribuire anche a ridurre l’eventuale insorgenza di possibili out-come negativi spesso associati a questi disturbi, quali la dispersione scolastica, l’isolamento sociale e problemi socio-emotivi come ansia e depressione (Firt, Greaves, Frydenberg, 2010). Contemporaneamente, tenere in mente questi aspetti di “cuore”, o meglio queste vulnerabilità, potrebbe agevolare anche noi insegnanti nell’empatizzare con le difficoltà di questi alunni e alunne ricordandoci che, come suggerito da Russ (1987), aspetto affettivo e cognitivo rappresentano due dimensioni che prendono vita contemporaneamente e che sono necessariamente e intimamente correlate.

BIBLIOGRAFIA

Di Renzo, M., Bianchi di Castelbianco, F., (2013). Le Dislessie, Conoscere la Complessità per Non Medicalizzare. Magi Edizioni (2013).

Elksnin, L.K., Elksnin, N., (2004). The social-emotional side of learning disabilities. Learning Disability Quarterly, 27, 1, 3-8.

Firt, N., Greaves, D., Frydenberg, E., (2010). Coping Styles and Strategies: A Comparison of Adolescent Students With and Without Learning Disabilities. Journal of Learning Disabilities v43 n1 p77-85 2010

Gallegos, J., Langley, A., Villegas, D., (2012). Anxiety, depression, and coping skills among Mexican school children: A comparison of students with and without learning disabilities. Learning Disabilities Quarterly, 35(1), pp. 54-61.

Kandemir, H., Kilic, B, G., Ekinci, S., Yuce, M., (2014).  An evaluation of the quality of life of children with ADHD and their families. Anatolian Journal of Psychiatry ,2014; 15:265-271

Russ, S.W., (1987). Assessment of cognitive affective interaction in children: Creativity, fantasy, and play research. In Butcher J., Spielberger C. (eds.), Advances in personality assessment, Vol. 6, Hillsdale, Erlbaum, pp. 141-155.

Vecchini, A., (2010). Dislessia ed Emozioni: Le difficoltà emotive ed i rischi psicopatologici nel bambino dislessico. Morlacchi Editore (2010).

Augmented Reality e Virtual reality… Opportunità e rischi nella didattica

Augmented Reality e Virtual reality… Opportunità e rischi nella didattica

Viviamo in un’epoca in cui l’utilizzo delle nuove tecnologie ha ormai “invaso” tutti i campi del sapere e coinvolge molteplici aspetti della nostra vita quotidiana.

Ultimamente si sente parlare spesso di realtà aumentata e realtà virtuale: per prima cosa occorre fare chiarezza sul significato di queste forme innovative di tecnologia avanzata.

La realtà aumentata (Augmented Reality o AR) permette di utilizzare gli schermi dei dispositivi mobili per visualizzare e interagire con contenuti digitali aggiuntivi generati da una macchina (per esempio un pc). Questi contenuti, che possono essere testi, oggetti animati, video, suoni, ecc., vengono sovrapposti all’ambiente reale, “aumentandolo” e integrandolo. Il fruitore dell’esperienza in AR è in grado di riconoscere ciò che è reale da ciò che viene  aggiunto (overlay).

L’applicazione della Realtà Virtuale, nata per l’“intrattenimento”, è ormai ampiamente utilizzata nei settori più diversi. Se ne sfruttano le opportunità nei più svariati campi, da quello industriale a quello medico, dall’arte al turismo, al più ampio settore del commercio. La realtà virtuale può essere utile a ricostruire ambienti, a indicare procedure, alla comprensione di contesti… Ben si può immaginare, dunque, quali vantaggi offra nell’apprendimento a livello scolastico. Al di là dell’effetto sorpresa e della meraviglia suscitata nel discente fruitore, di cui cattura agevolmente l’attenzione, è uno strumento inclusivo che consente al docente di poter integrare la comunicazione e di poterla semplificare.

Lo studente che si cimenta nel creare contenuti didattici visuali in AR, inoltre, sviluppa la creatività e mette in atto abilità logiche e di problem solving.

Qualche esempio.

Nel sito https://studio.gometa.io/ si possono creare delle esperienze in AR con Metaverse.

Di seguito si possono visualizzare due immagini di esperienze già realizzate all’interno del mio account.

 

 

 

Per poter accedere ai suddetti contenuti è necessario installare sul proprio smartphone o tablet l’app Metaverse disponibile negli store apple e google.

Apple store:

 

Google store:

 

Lavori simili possano essere realizzati con il programma Zappworks, raggiungibile al seguente link: https://zap.works/studio/ e visualizzabile come segue.

Le esperienze create vengono salvate in un widget (un componente grafico scansionabile come QR code) di cui potete vedere di seguito due esempi, precedentemente creati da me e dai miei alunni. Il primo su informazioni personali e professionali mentre il secondo è una sintesi “aumentata” con testo e immani sulla Seconda Guerra Mondiale.

 

 

Anche in questo caso, per poter fruire dei contenuti è necessario installare sul proprio smartphone o tablet l’app dedicata Zappar, disponibile negli store apple e google di cui allego le immagini per semplificarne la ricerca e il riconoscimento.

Apple store:

Google store:

Di seguito è disponibile il video del risultato della seconda esperienza fruita da cellulare:

La realtà virtuale (Virtual reality VR e MR) invece, è un ambiente digitale, tridimensionale e interattivo creato con un pc e può essere esplorato ed esperito dal fruitore.

I mondi virtuali simulano ambienti verosimili o immaginari e chi li attraversa ha la sensazione di essere totalmente immerso nel nuovo scenario. In questo caso il fruitore ha difficoltà a distinguere il virtuale dal reale, pensiamo per esempio ad alcuni videogiochi. I sistemi in VR possono essere corredati di particolari visori e guanti con sensori che consentono la visione, l’audio e la manipolazione.

Come già detto, la sua applicazione è ormai estesa ai più svariati ambiti, ma soprattutto a quelli dove è necessario esercitarsi con delle simulazioni: mi riferisco, per esempio, ai simulatori di volo o alla formazione in campo industriale e medico-chirurgica. Occorre sicuramente tenere conto dei rischi legati all’utilizzo incontrollato e continuativo di questa tecnologia soprattutto negli adolescenti, nei quali può causare disorientamento, scollamento dalla realtà, depressione o problemi di natura fisica come danni alla vista, nausea, capogiri, spossatezza, ecc.

Nel’’apprendimento scolastico, tuttavia, può essere latrice di grandi opportunità capaci di creare esperienze didattiche significative; si pensi all’utilizzo di Minecraft o a edMondo nella didattica.

A questo proposito, concludo citando le parole del referente del progetto INDIRE sulla “Didattica immersiva” in edMondo, il professor Andrea Benassi, “[…] il virtuale in ambito educativo è stato riconosciuto come uno strumento potente ed efficace a supporto dell’insegnamento/apprendimento, in accordo con l’approccio costruttivista. In particolare, i mondi virtuali permettono di attivare compiti specifici all’interno di setting modellati come scenari finalizzati a obiettivi di apprendimento”.

Fonte:  http://www.indire.it/progetto/didattica-immersiva/

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L’infografica: cos’è, a cosa serve e come si realizza

L’infografica: cos’è, a cosa serve e come si realizza

Le infografiche sono rappresentazioni visuali di concetti e di dati espressi attraverso l’utilizzo combinato di testi e di immagini (laddove per immagini si intendono istogrammi, grafici, diagrammi, tabelle, mappe). Il significato si deduce dalla parola stessa, nata dalla fusione dei termini inglesi information e graphic (informazione e grafica). Lo scopo delle infografiche è quello di riassumere un numero considerevole di informazioni in uno spazio ridotto al fine di ottenere una semplificazione della comunicazione. Questo strumento è largamente utilizzato nel settore del marketing, nella illustrazione dei processi di sviluppo e nella divulgazione di informazioni “astratte”, come i processi matematici, informatici o di statistica.

Tuttavia, oggi, l’utilizzo si è diffuso notevolmente fino a comprendere anche un largo settore della stampa, dai saggi alle riviste scientifiche, dai manuali d’istruzioni ai testi scolastici. Altrettanto si può dire del massiccio impiego nella realizzazione di siti web e nel campo della creazione artistica (per esempio nella realizzazione di foto e video).

Grazie allo sviluppo continuo dei software grafici, infatti, si è evoluta, migliorando nel tempo, la qualità della loro rappresentazione, assumendo caratteristiche sempre più interattive e accattivanti. Il grande merito in termini di comunicazione è, dunque, la semplificazione dei contenuti attraverso la sintesi e l’associazione ad immagini, che implica un uso della memoria fotografica.

Sebbene il loro impiego sia esploso in maniera esponenziale soprattutto in tempi moderni, le infografiche hanno un’origine molto antica e si possono far risalire addirittura al Neolitico. Un importante momento evolutivo nella storia delle infografiche riguarda l’introduzione degli Isotype, nati dall’intuizione di Otto Neurath (1882-1945), filosofo, sociologo ed economista austriaco. Nei primi del novecento egli elaborò, infatti, un rivoluzionario sistema di comunicazione visiva dell’informazione detto “linguaggio visivo ausiliario” o “internazionale”, basato sui pittogrammi, che ritroviamo quotidianamente nella segnaletica stradale o nel linguaggio iconico dei nostri strumenti informatici.

Nell’ambito dell’apprendimento, l’utilizzo delle infografiche può rappresentare uno strumento significativo e stimolante, purché risponda a precisi requisiti quali: la sintesi (il testo deve essere in forma didascalica), la chiarezza (coerenza e logica), e l’originalità (per la composizione grafica e la scelta cromatica).

Alcuni esempi:

https://create.piktochart.com/output/16130847-formazione-registro-scuolanext

I software disponibili per la loro creazione sono vari e in molti casi gratuiti, almeno per le funzionalità di base. Potete trovare, di seguito elencati, alcuni tool freemium online che permettono in pochi clic di creare delle infografiche avvincenti: https://piktochart.com/, https://infogram.com/, https://www.canva.com/

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L’approccio ludico nella didattica

L’approccio ludico nella didattica

“Per insegnare bisogna emozionare.

Molti però pensano ancora che se ti diverti non impari”.

(Maria Montessori)

Nell’ambito della didattica scolastica, spesso, si attribuisce al gioco soltanto una funzione frivola; il gioco è visto come una pausa necessaria tra una lezione e un’altra che serve per recuperare energie e ritrovare il giusto slancio motivazionale prima di tornare all’impegno dello studio, attività considerata “seria” in quanto legata al retaggio culturale di fatica e di obbligo.

Per citare Bruner, invece, il gioco dovrebbe essere considerato uno “stimolo all’apprendimento […] motivazione all’azione, prevalenza dei mezzi sui fini, attività svolta in un contesto collocato al di fuori del reale, incentivo alla creatività e disponibilità agli stimoli” (Bruner, 1976).

Conosciamo tutti le potenzialità del gioco a scuola: esso permette di esercitare le abilità motorie, espressive, cognitive ed etiche a tutte le età e in modo del tutto spontaneo, diventando, di fatto, un ottimo strumento per l’apprendimento.

 

Occorre riflettere sui risultati favorevoli conseguibili grazie alle attività ludiformi (i giochi seri, cioè quelli che hanno un chiaro intento educativo), che sono sottese da impegno, assiduità e progressi nel raggiungimento delle mete.

Nella metodologia glottodidattica, ad esempio, la didattica ludica è flessibile e adattabile, può essere impiegata per qualsiasi livello di conoscenza della lingua e ben si amalgama con altri approcci: Total Physical Response (Asher 1960), attività ispirate al Natural Approach (Krashen e Terrel, 1983), approcci comunicativo-funzionali, Role playing etc.

Le tecniche ludiche promuovono lo sviluppo globale dell’alunno e giovano anche all’intero gruppo classe, creando un ambiente di apprendimento sereno e motivante in un contesto didattico ricco di stimoli positivi, dove lo studente diventa protagonista del proprio processo formativo e partecipando ad attività di cooperazione e di sana competizione (Lombardo, 2006). Inoltre contribuiscono alla realizzazione di un apprendimento significativo, che, per parafrasare Rogers, si realizza seguendo un percorso naturale di curiosità e di scoperta che coinvolge interamente la personalità dell’allievo, la sua sfera affettiva e relazionale e le sue capacità cognitive. Il gioco inteso come tecnica didattica, che fa leva sulla motivazione intrinseca, permette il conseguimento degli obiettivi didattici e delle mete educative che caratterizzano l’apprendimento; non dimentichiamo, tuttavia, che la dimensione ludica deve sempre essere supportata da una riflessione metacognitiva.

Per concludere, rispondiamo alla domanda: perché mettere in pratica questo approccio? Perché è motivante, perché favorisce il problem solving, sviluppa le competenze comunicative e relazionali, stimola i vari tipi di intelligenza e mira all’apprendimento significativo.

La filosofia per bambini ai tempi del Coronavirus

La filosofia per bambini ai tempi del Coronavirus

Cari genitori e docenti,

in queste giornate di lontananza forzata abbiamo pensato a come far trascorrere il tempo ai vostri bambini con attività creative e divertenti! 

Dobbiamo ricordare che ciascun alunno è da sempre forza motrice di creatività. In maniera spontanea è attore delle sue emozioni e con le fasi di crescita impara a interiorizzarle per conoscersi e per conoscere il mondo. Iniziare a confrontare le emozioni personali con il mondo esterno è un passo importante e mai scontato, talvolta anche faticoso. Per affrontare questo momento ci sono molte attività di filosofia per bambini che ci permettono di accompagnarli nella loro crescita emotiva, in maniera graduale e rispettosa del loro mondo, speciale e mai scontato.

Pensiamo che la creatività sia loro per antonomasia; sono gli anni a venire, quelli della scolarizzazione, che tenderanno a oscurare questo scintillìo di ragionamento, vivo, spontaneo ma presto omologato con la società. Spingiamoli a sostenere in maniera autonoma i loro pensieri, a esternare il proprio punto di vista senza timore di un giudizio esterno. Con il tempo questi processi diverranno una pratica per riuscire a leggere e  interpretare in maniera più consapevole tutto ciò che accade intorno a noi.

Distinguere le emozioni, immaginare per mondi possibili e soprattutto consapevoli che con l’immaginazione si può arrivare un po’ ovunque… facciamolo!

A seguire alcune proposte.

C’è un tempo per….

Inizia a riflettere seguendo questi spunti:

  • La scuola è chiusa. Hai un sacco di tempo per giocare e dedicare le giornate a fare attività divertenti ma… se potessi esprimere quello che provi veramente in questo momento cosa vorresti dire?
  • Come ti senti adesso?
  • Le emozioni che provi sono diverse rispetto a due mesi fa ma è davvero tutto ricoperto da un velo di tristezza? Se ci pensi hai molto più tempo per condividere gli affetti familiari e per dedicarti del tempo per giocare.

L’obbligo di stare in casa, lontano dagli amici e dalla scuola, non può essere colmato solo dalle lezioni on line. Quando fai off sul pc le emozioni che provi cambiano, si evolvono nella giornata. Possiamo provare a esternarle in qualcosa di divertente.

  • Prendi un foglio bianco formato A4 e piegalo in 2. Avrai un foglio che si apre come un libro da sfogliare.
  • Sulla prima facciata scrivi “IO ERO…” e disegnati.
  • Sulla seconda e terza facciata crea, disegna, ritaglia e incolla tutti gli smiles che rappresentano come ti senti.
  • Sulla quarta facciata scrivi “IO SONO…” e disegnati.

Questo sarà l’inizio del tuo libro delle emozioni. Ogni settimana potresti aggiungere un foglio, le emozioni a volte cambiano ma a volte no. Al posto degli smiles potrai iniziare a scrivere la tua lista delle priorità: cosa vuoi iniziare a fare adesso che sei a casa? Tante attività che hai sempre rimandato ora possono trovare il loro momento di realizzazione.

Scrivere è ormai moda d’altri tempi ma riserva sempre grandi emozioni e permette di esternarle. Prendi carta e penna, matite e colori…


Caro amico ti scrivo…

Rifletti.

  • È davvero così bello stare lontano dai miei compagni (e se vuoi dalle maestre)?
  • Se potessi… direi…
  • Se potessi… farei…
  • Come mi sento? Sono felice?

Crea la tua cartolina con disegno su un lato e testo sull’altro.

Ricorda che le emozioni, quando non possiamo usare la gestualità, non si comunicano solo a parole ma soprattutto con tratti grafici, disegni, colori.

  • Ecco un messaggio che vorrei inviare al mio amico, alla mia classe, ai miei maestri…

Grazie a queste attività pratiche anche i più piccoli possono provare a esprimersi con un disegno, un fumetto, una creazione artistica oppure utilizzando una delle modalità di lavoro che preferiscono o inventandone una (importante è utilizzare tutti i materiali da riciclo che ci sono in casa e non comprare niente). Di questi tempi non si può uscire e se ci soffermiamo a osservare bene ciò che abbiamo a disposizione troveremo risorse interessanti anche a casa nostra.

Allenando la libertà di pensiero e di parola arriveranno a riflettere sul sé in maniera consapevole, pronti ad affrontare la sfida per un confronto stimolante con l’altro. Coltivare la loro vivacità di pensiero, anticonformistica, genuina e unica (perché ognuno di noi lo è) sarà la vera scommessa.

La creatività non ha bisogno di suggerimenti.

Buon lavoro… anzi… buon gioco!